Santa Marta di Sòndalo:
una chiesa da leggere
testo e foto di Ferruccio C. Ferrazza
(visita effettuata nel luglio 2007)

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Premessa
Lesplorazione delle biblioteche è la mia vera passione. Quelle
pubbliche, a scaffale aperto.
Entri, e trovi di frequente una gentile bibliotecaria (sembra che non sia lavoro da
uomini).
Poni una domanda generica: Vorrei trovare qualcosa su
.
Ottieni una risposta generica: Provi da quella parte, negli scaffali a destra.
Non serve altro per iniziare unentusiasmante esplorazione nel mondo di quella
cultura da tempo suddivisa a settori su vecchi codici di catalogazione, inadatti forse al
moderno mondo della telematica, ma sufficienti per gli amanti della scoperta; anzi,
proprio il meglio possibile.
Una visione inconsueta del catalogatore, un malaccorto riporre del visitatore, ed il gioco
è fatto.
Il piccolo testo scompare, diventa introvabile, addirittura prezioso proprio per questa
sua capacità di sottrarsi agli schemi imposti negli ordinati scaffali; è quasi come
fosse un virus alieno che si intrufola nella normalità dei suoi simili, camuffato
nellestetica; però non produce danni agli altri suoi vicini, vive della propria
tranquilla esistenza di forestiero, nascosto, modesto, forse timido, comunque svanito.
Tu, esploratore, hai una precisa idea di quello che stai ricercando. Lo scaffale ti si
presenta in tutta la sua complicata varietà dimensionale del contenuto.
Scorri con locchio le coste dei libri per cercare di scoprire dai titoli se vi sia
qualcosa di tuo interesse; la tua testa oscilla da destra a sinistra, seguendo gli alterni
voleri degli editori, favorendo la ritrovata flessibilità cervicale: la ginnastica della
cultura.
Letichetta di catalogazione copre sempre le parti più significative, quasi vi fosse
applicata con la specifica volontà di creare un mistero. Non hai alternative. Devi
estrarre ogni singolo volume, con metodo, uno per uno, lo sfogli, lo riponi nuovamente al
suo posto, e prosegui con il successivo.
Ed ecco che improvvisamente intercetti lalieno, finito chissà come in quella
ordinata sequenza.
Il tuo obiettivo iniziale si disperde e sfuma in un rinnovato soffio dinteresse.
La scoperta.
Serendipità.

Introduzione
Sono in vacanza in Alta Valtellina; una zona ricca di storia e di
storie. Ho passato in questa terra i tempi del mio riposo nellultimo ventennio,
gustando latmosfera antica dei borghi e delle biblioteche, alla ricerca di nuovi
temi da sviluppare e proporre ai miei pur scarsi lettori., conscio che nulla è mai
conosciuto appieno. La scoperta è sempre in agguato, per così dire, e talvolta si offre
con discrezione a chi la cerca.
Di fronte a me uno scaffale di biblioteca trasbordante di testi il cui ordine, si
intuisce, è frutto dei frequenti prelievi dei frequentatori occasionali, poco avvezzi al
rigore delle collocazioni. Ho tempo libero, e cerco di religioni e religiosi, per meglio
analizzare una mia recente scoperta epigrafica in un piccolo paese doltre Ticino.
Questa sezione più che di libri veri e propri è una disordinata raccolta di testi
fotocopiati con il nobile ed encomiabile (oltre che sacrosanto) scopo di preservare
loriginale dallorda dei culturandi.
Le coste di rilegatura sono inesistenti, sostituite da anelli, nastri telati, adesivi
trasparenti, graffette e punti metallici; impossibile apporvi unetichetta, tantomeno
un titolo. Oltretutto sono quelli i fascicoli che mi incuriosiscono maggiormente, perché
in questa loro forma clonata identificano un originale di particolare pregio, forse un
raro volume, forse un documento unico.
Estraggo, sfoglio, non mi interessa, ripongo, e ripeto questi gesti sino al termine dello
scaffale, o dellorario di apertura.
Estraggo, leggo il titolo sul frontespizio in mala copia, mi fermo; è un libro alieno
allo scaffale, non è largomento della mia ricerca; ma sono in vacanza e mi prendo
un po di libertà. Sfoglio. Dettagli di chiese medievali in Alta Valle. Le conosco
ormai tutte, mi dico. San Lorenzo, SantIgnazio, San Giorgio, San Rocco,
SantAgnese, Santa Marta
Santa Marta? Dove? A Sòndalo. Mai sentita, mai visto
alcun cartello indicatore, mai letto nulla sui pieghevoli turistici; anche gli amici
residenti, in seguito interrogati, non nasconderanno la loro curiosità. Il testo dice,
parlando di affreschi del Quattrocento, Il ciclo più esteso è quello che troviamo
nella chiesa di Santa Marta a Sòndalo
Nella rimanente parte della Valtellina
non si trovano altre pitture di questo genere.. La scoperta, forse? Assolutamente da
verificare.
Studio le carte topografiche dei luoghi. Trovata. Imposto il GPS (ce ne fosse bisogno).
Parto in esplorazione.

La Chiesa.

Raggiungo la chiesa percorrendo le strette viuzze che attraversano il
vecchio borgo di Sòndalo, a monte, sul declivio sottostante la struttura ospedaliera, ben
nota per i suoi trascorsi di efficace casa curativa delle affezioni polmonari; ora il più
importante ospedale della zona.
Un minuscolo piazzale si apre sul fronte dove si affaccia il portone daccesso.
Sulla facciata, un cartello illustrativo. Lascio che parli in mia vece.
L'originaria chiesa di S. Marta, risalente al quarto decennio del
XIV secolo, fu luogo di ritrovo di una piccola comunità di donne che qui si riunivano per
pregare e per assicurarsi, attraverso una vita comune per quanto non propriamente
monastica, protezione, vitto e vestiti, soprattutto in vecchiaia. Abbiamo testimonianza di
tali condivisioni anche a Bormio, dove nel 1316 è documentata una comunità di
"dominae humilìatae" nei pressi della chiesa di S. Francesco. Documenti di fine
Trecento citano inoltre una Agnese "conversa" a S. Marta e tale Alegranza,
"monica" nella stessa chiesa. Dell'edificio antico non rimane quasi nulla. La
chiesa fu infatti ricostruita alla fine del Quattrocento. Risalgono a quel secolo gli
affreschi che narrano la vita di S. Marta e rappresentano, oltre ad altri santi
ausiliatori, gli evangelisti, alcuni profeti, i dottori della chiesa e, nella piccola
volta sotto il campanile, i quattro elementi costitutivi dell'universo, ossia l'aria,
l'acqua, la terra e il fuoco. Gli affreschi, di fattura "attenta, saporita, quasi
fiamminga, tecnicamente affine alla miniatura e più ancora all'incisione", per un
equivoco sorto negli anni '60 sono comunemente attribuiti a Giovannino del fu Stefano di
Sòndalo; questo influente personaggio locale ritenuto da molti autore di numerose opere
d'arte distribuite nel Bormiese, non sembra tuttavia essersi mai cimentato con la pittura
in prima persona. I documenti d'archivio lo testimoniano unicamente come committente di un
affresco (oggi perduto) a Morignone, in Valdisotto. Nella chiesa hanno invece sicuramente
lavorato Cipriano Valorsa e Fermo Stella. Incendiata nel 1620 dalle soldatesche elvetiche
scese a Bormio, la chiesa di S. Marta fu radicalmente restaurata tra il 1784 e il 1787,
quando furono elevate le pareti laterali e l'originaria travatura fu sostituita con una
volta. Altri restauri, a cominciare da quelli relativi agli affreschi condotti nel 1967,
si sono susseguiti fino agli ultimi decenni del secolo passato.
Apro il portone e varco la soglia.
Mi trovo sotto una specie di portico, posto lungo tutta la controfacciata, sorretto da due
possenti colonne monolitiche.
Mi rendo subito conto che quanto mi appare supera di gran lunga la mia aspettativa.
Ovunque cada lo sguardo vedo luminosi affreschi, ricchi di colore e (lo scoprirò in
seguito) di fascino illustrativo.
Un pensiero immediato: questa non è una chiesa da visitare. E una chiesa da
leggere, per interpretare ogni singola immagine nel contesto storico che ha voluto che lì
fosse posta.
Mi aspetta un lavoro tuttaltro che facile, ma ne sono affascinato ed entusiasmato.
Ed è anche per questo motivo che ho deciso di costruire questo mio scritto in un modo
completamente diverso dal solito schema, inventario delle bellezze, lì cè quello,
là cè quellaltro. Chi non può visitare di persona i luoghi, legge un
opuscolo illustrato e se ne soddisfa. Voglio viceversa affrontare il tema del
riconoscimento dei personaggi ritratti nelle immagini sacre, delle quali le pareti
abbondano. Non un documento fotografico di dettaglio, ma una guida per il visitatore che
lo aiuti allosservazione delle immagini nel loro contesto, ripercorrendo i miei
stessi pensieri e valutando le mie opinioni.
Del resto ogni chiesa ha una rappresentazione della Trinità, del Cristo, della Madre di
Dio, senza che questo produca alcuna particolare caratterizzazione che le ponga in legame
con gli eventi circoscritti ai luoghi. Sono le immagini dei Santi che invece conducono su
percorsi storici di pura valenza locale, che raccontano della vita di tutti i giorni, del
lavoro, degli eventi memorabili e della devozione popolare, scaturita da fatti ed
avvenimenti cancellati dal tempo e talvolta anche dalle memorie orali o scritte, ma che
possono riemergere da quelle pitture.
Pur tralasciando medaglioni e figure parziali, papi e cardinali, concentrando
lattenzione sui soli Santi, alla fine ne ho riconosciuti ben più di una ventina.
Una preziosa fonte iconografica.
Ed anche con qualche sorpresa

Il metodo di studio
Riconoscere gli attributi ed indagare sulla scorta di questi: ecco il
mio scopo. In una sola immagine si trova la sintesi di una vita intera, talvolta con gli
strumenti ed i segni del martirio o con gli oggetti del patronato.
Non ho da studiare pigmenti ed intonaci, azione che richiederebbe una personale e continua
presenza sul posto durante lanalisi.
Devo studiare le immagini, concentrarmi sugli indizi, identificare i segni distintivi,
consultare i testi sullargomento.
Grazie alla disponibilità offerta dai moderni strumenti elettronici ed informatici questo
tipo di lavoro lo posso svolgere con maggior successo se lo svilupperò in
differita.
La mia buona macchina fotografica elettronica a tecnologia digitale mi consente di
scattare tante fotografie quante necessarie, ed anche più, senza che questo incida in
alcun modo sui costi del mio volontario lavoro; qualche anno fa non mi sarebbe stato
possibile, dovendo affrontare le spese di pellicola e stampa.
Limmancabile cavalletto di posa mi permette di raccogliere quelle suggestioni che
solo la luce naturale riesce a produrre in quei flussi che sono volutamente orientati
seguendo larte del costruttore; una condizione talvolta indispensabile per le
valutazioni di contesto.
Un programma informatico con le più sofisticate funzioni grafiche mi aiuterà nel
ripianare le prospettive, sezionare i dettagli, acuire la visione quando locchio
umano si rivelerà inadatto pur nella sua perfezione, avvicinare il distante ed
allontanare il vicino per superare le costrizioni dimensionali imposte dai luoghi.
A allora scatto,e scatto, e scatto, riempiendo con le immagini catturate una sorta di
scacchiera virtuale proiettata dalla mia mente sulle pareti e sulle volte.
Termino in poco tempo.
Richiudo dietro di me il portone della chiesa e mi allontano carico di un tesoro immenso,
composto da miliardi di microscopici interruttori la cui condizione binaria
dellessere e del non-essere ripeterà nellaltrove, con una sorta di moderna
magia, il qui.
Adesso ho quanto serve per iniziare ad esplorare in tutta tranquillità.

La zona dellingresso

(*)Sotto
la loggia dingresso, sulla sinistra, ai piedi di unimmagine femminile, la
firma dellautore mi informa sulla datazione hoc opus 1473; mi
aiuta a collocare sulla linea temporale, anche se in termini orientativi, il periodo di
tutto il ciclo di affreschi..
(*)Lintero
quadro, però mi incuriosisce. A prima vista limmagine si interpreta con la
raffigurazione della Madonna in trono con il Bambino salvatore del mondo: la classica Madre
col Bambino. Però alcuni aspetti del dipinto mi lasciano perplesso. In
particolare il manto rosso, il vestito verde ed il candido velo monacale sono gli
attributi che una consolidata iconografia assegnano a SantAnna, madre di Maria.
Peraltro è proprio in un inventario ottocentesco delle immagini di SantAnna che
trovo la descrizione catalogata di unincisione lignea che la ritrae in questa
posizione, seduta, con il Bambino sulle ginocchia. Pur se improbabile, non è impossibile
che qui ci si trovi davanti ad una rara rappresentazione della Nonna col Bambino.
Non trovo nessuna didascalia che mi aiuti nella soluzione di questo piccolo enigma. Lo
lascio tale.
Rivolgo la mia attenzione sulla parte opposta della controfacciata.
(*)Nel
cavaliere con larmatura e montato sul bianco destriero, qui si riconoscono con
facilità i tratti distintivi di San Giorgio di Lydda che ferisce e
sottomette un drago con la lancia, mentre una figura femminile si sforza di trattenere la
bestia con la cintura a mo di guinzaglio. La leggenda narra che fu il Santo a
salvare la giovinetta dalle fauci del mostro e fu lei che lo portò legato sino alla città, che infatti compare nello
sfondo del quadro. Lì il mostro venne ucciso. E quindi errato identificare
nelliconografia del Santo il San Giorgio che uccide il drago. Molti si
sono posti il problema di chi fosse storicamente la fanciulla; di certo si tratta di una
nobile, a dar credito alla corona turrita che porta in capo. Nessuno ha ancora potuto dare
una risposta certa.
(*)Sopra
questo quadro (quasi mi sfuggiva) scorgo una doppia ruota munita di denti
affilati, certamente atti a dilaniare il malcapitato che vi giace sottoposto a
tortura. Due figure ai lati, i carnefici, agiscono su una manovella, con
levidente intenzione di azionare lordigno. Tra le ruote si intravede una
figura seminuda distesa. Questa è la rappresentazione del supplizio di Santa
Caterina dAlessandria. La leggenda narra che la Santa resistette alla
tortura e morì in seguito decapitata, perché durante il supplizio le ruote vennero
spezzate dagli angeli ed i carnefici rimasero uccisi.
Riprendo a fianco del San Giorgio, dove verso destra un grande quadro
mostra diverse figure affiancate.
(*)La
prima figura impugna un bastone da pellegrino e, sollevata una braca dei calzoni, mostra la coscia denudata sulla quale si
intravede una ferita dai bordi rilevati. Si tratta di San Rocco, che si
salvò dalla peste che aveva contratto curando gli ammalati. Non si fosse potuto vedere la
gamba ferita, unico attributo che porta certezza allidentificazione, sarebbe stato
praticamente impossibile distinguerlo da altri santi pellegrini. Questa parte del dipinto
è molto rovinata dal tempo, e probabilmente ha perso diverse parti significative, oltre
che di pregio artistico.
(*)La
seconda figura è femminile. Nella mano sinistra regge un secchiello, nella destra
innalza un oggetto più
difficile da comprendere di cosa si tratti, dissolto comè nellerosione del
dipinto. Il velo monacale le attribuisce anche la caratteristica di fondatrice di
convento. Si tratta di Santa Marta di Betania cui la chiesa è dedicata e
la cui immagine ricorre in diverse altre chiese di Valtellina. E la sorella di
Lazzaro e di Maria Maddalena, ed amica di Gesù. Loggetto nascosto dal degrado del
tempo è un aspersorio, ed infatti il secchiello serve al trasporto dellacqua santa.
Ai suoi piedi, frammenti di pittura sembrano mostrare una parte di drago, che la
leggenda vuole da lei rabbonito proprio con laspersione. Ma di lei e di questo
argomento parlerò in seguito, con maggior approfondimento.
(*)La
terza figura, maschile, vestita con il saio di frate francescano, regge nella mano
sinistra un libro e con la
mano destra indica verso lalto un oggetto circolare. Questo è
un simbolo ed è molto particolare; viene denominato trigramma ed è
costituito dalle lettere IHS o JHS inscritte in un cerchio che rappresenta un sole
raggiante; lacrostico non ha una interpretazione certa potendo esprimersi con Iesus
Hominum Salvator oppure In Hoc Signo o in altro ancora. Il fatto è che,
comunque, questo emblema fu disegnato da San Bernardino da Siena. La
conferma che di lui si tratta mi viene data anche dalla precisione con la quale
lartista ha voluto mostrarne il
volto, incavato dalla perdita dei denti dovuta alle malattie dalle quali era afflitto
ed alla vita ascetica che conduceva, ed anche nella scritta sul libro dove si legge la
frase Pater manifesta nomen tuum omnibus ossia O Padre, rendi
conosciuto a tutti il tuo nome, a testimonianza dellopera di forte
predicazione condotta in vita dal Santo. Mi incuriosisce, peraltro, che la sua morte,
avvenuta nel 1444, sia molto prossima alla valutata datazione degli affreschi. Significa
certamente che lopera di San Bernardino era ben nota ed ancor più apprezzata
ovunque in Italia, anche nei luoghi più remoti che da lui stesso venivano raggiunti a
piedi per portare e diffondere con la sua voce il cristianesimo della vita quotidiana.
(*)Le
tre figure appena viste sono tutte rivolte verso la quarta immagine, che non ho
difficoltà a riconoscere nella Santissima Trinità: il Padre in Trono
con il Figlio crocifisso in grembo e sopra di lui la colomba dello Spirito Santo.
(*)Il
quadro si conclude sulla destra con una figura più piccola della altre e che, a prima
vista, non mi sembra porre alcun problema di interpretazione, visto che su uno stendardo aperto e disteso al
vento si legge chiaramente che si tratta del Beato Simone. E qui potrei abbandonare ogni
altra riflessione, non fosse che, però, di beati di nome Simone è zeppo ogni elenco
agiografico; ve ne sono sparsi per ogni luogo dItalia, ed anche dellestero.
Da Lipnica, da Cirene, da Cascia, da Ripalta, da Costa, da Collazzone, da Camerino, da
Torgiano, da Todi, da Trento, da Calascibetta.
E poi, Simone Stock, Simone Fidati, Simone De Roxas, Simone Balacchi, Simone Napoli,
Simone Camporeali, Simone Saltarelli, addirittura Simone Qin Cunfu.
E qui mi fermo, solamente per rispetto al tedio che tale elenco induce nel lettore, ma non
perché lo abbia completato.
Il riconoscimento mi si presenta come un lavoro ben più improbo di quanto apparso,
erroneamente, a prima vista. Anche se procedessi con lo scartare quelli che hanno data di
morte troppo vicina o addirittura posteriore allipotesi di datazione
dellaffresco, comunque rimarrebbe un lungo elenco.
Scarto subito il Beato Simone da Trento, perché ricordo che era di soli 3 anni di età
quando fu ucciso nel 1472.
Potrei ricorrere alla data di canonizzazione. Ed in questo modo sinceramente mi spiace
scartare il Beato Simone da Lipnica, perché fu colui che seguì quel San Bernardino da
Siena che si trova dalla parte opposta della Trinità. Tanto ne fu devoto da accorrere al
suo funerale nel 1444. Ma la sua canonizzazione, cioè il fatto che venga a Simone
attribuito il titolo di Beato, è quanto di più recente ci possa essere, visto che i
decreti sono stati promulgati dallattuale pontefice, Papa Benedetto XVI,
nellanno 2006. Un vero peccato, perché la sua vita si proponeva specificamente per
una mia identificazione con la figura del quadro. Scarto anche il Beato Simone da
Collazzone, che pur vestendo il saio di francescano, come sembrerebbe apparire nella
figura, non fu canonizzato se non nel 600 anche se il relativo processo iniziò nel
200. Comincio a pensare che anche questa non sia una strada che porti a soluzione
certa; potrebbe verificarsi che la devozione del popolo porti a chiamare beato chi ancora
non ha concluso il processo di canonizzazione. Meglio cercare altri indizi.
Guardando bene la figura mi accorgo che il beato è sì vestito di saio, ma porta al collo
una candida sciarpa.
Ritengo di aver rilevato un segno distintivo di capitale importanza, altrimenti
lartista non lavrebbe messo in tale evidenza. Si potrebbe trattare di una
curiosa quanto anomala rappresentazione di uno scapolare, liberamente immaginato
dallartista. In questo caso lorientamento potrebbe essere verso il Beato
Simone Stock, ora Santo, che ricevette lo scapolare dellOrdine dei Carmelitani
direttamente dalle mani della Madonna a lui apparsa con una schiera dangeli. Però
il colore dello scapolare è ricordato di colore scuro, nero o marrone. Ma è anche vero
che nelliconografia storica i Carmelitani, e Simone Stock in particolare, sono
sempre raffigurati con un bianco mantello posto sopra il saio. Inoltre questo beato è
ricordato per la sua attenzione ai racconti che sui Crociati provenivano dalla Terra
Santa, dalla quale i Carmelitani furono cacciati. Un punto aggiunto a favore nella
corrispondenza dello stendardo, croce rossa in sfondo bianco, che nel dipinto il beato
scioglie al vento. Però resta ancora da dire che il beato, proprio per essere stato il
primo priore generale in Inghilterra, è rappresentato in età avanzata e con la barba del
saggio.
Qui ci troviamo di fronte ad un bambino; la piccola statura lo certifica. E se fosse che
questo è lunico attributo da considerare? E se fosse che la rappresentazione
riguarda un evento coevo al dipinto? Un evento tanto eclatante, quale appunto
lassassinio di un bimbo di soli 3 anni, da lanciare la sua storia con estrema
rapidità sulle vie delle contrade più vicine ai luoghi testimoni del fatto.
Ritorno allora sui miei passi, su quel Beato Simone da Trento, detto
anche Simonino, che per primo ho scartato. Faccio qualche ricerca, e trovo conforto in
unimmagine del beato che nel 1521 era raffigurato con la sciarpa bianca al collo;
ancor più, unaltra immagine lo riporta con lasta e lo stendardo.
Pur essendo ormai certo di questo mio riconoscimento, mi rimane una curiosità legata
allimmagine del dipinto. Cosa stringe nella mano sinistra? Forse gli strumenti usati
dai carnefici per la sua tortura? Lo sono, una tenaglia, un coltello. Ed
allora anche la sciarpa lo è: servì per strangolarlo. Atroce.
Lascio soddisfatto lanalisi di questo quadro, e mi rivolgo a
quello vicino, a sinistra, sullaltro angolo della loggia.
(*)Nella
sequenza dei personaggi, iniziando da sinistra, trovo una raffigurazione il cui soggetto
è tanto raro quanto curioso, e la cui interpretazione devo solo al caso. Diverso tempo
fa, non ricordo nemmeno per qual motivo, scoprii che in una chiesa del cuneese si ammirava
un affresco con limmagine di SantEligio che ferra una zampa amputata da un cavallo.
La leggenda racconta che poi la riattaccò miracolosamente. E unimmagine rara
di cui ho perso memoria perché ricorda una parte, forse la meno significativa, della vita
del Santo, quando da giovane lavorò come ferraiolo e maniscalco. Fu la sua abilità che
lo portò in seguito a distinguersi come orafo, ed appunto in questa veste è normalmente
raffigurato alla corte di Re Dagoberto, mentre cesella una croce doro.
Proprio sotto questa figura, compare la datazione del 1510. Posso quindi
pensare di collocare anche il quadro precedente in questo periodo. Rispetto
alliniziale posizione sulla linea temporale che ho assegnato al 1473 sulla scorta
della prima immagine analizzata, ora il contesto storico è avanzato di 38 anni, uno
spostamento significativo. E per questo si valorizza e consolida in miglior modo il
sincronismo tra la devozione ai personaggi raffigurati e gli anni della loro pittura.
Lavessi saputo prima, forse il Beato Simone da Trento non lavrei inizialmente
scartato, ma lavrei scelto subito senza tema di dubbio e senza procedere con le
altre valutazioni. Comunque sia, il lavoro rivelatosi superfluo è servito ad ampliare la
mia conoscenza,e questo è poi lo scopo finale di ogni essere intelligente.
(*)Al suo
fianco ritroviamo una nuova immagine di San Rocco che mostra la coscia con la ferita della peste,
appoggiato allimmancabile bastone del pellegrino. Che sia un pellegrino è pure
testimoniato dalla piccola
conchiglia che vedo sopra la sua spalla destra; la conchiglia era il ricordo portato
con sé da coloro che compivano i pellegrinaggi, in particolare verso Santiago de
Compostela. In merito a questo Santo è da dire che normalmente è accompagnato dalla
figura di un cane che gli porge un tozzo di pane; è il ricordo di un episodio della sua
vita quando, già ammalato e ritiratosi in eremitaggio, venne mantenuto in vita da un cane
che gli portava di che sfamarsi. Sia nellimmagine che ho già visto sia in questa il
cane non cè, o forse non si vede più; in entrambe gli affreschi, infatti, ai piedi
del Santo compare una zona di degrado del dipinto, le cui dimensioni potrebbero nascondere
lanimale, quasi fosse unintenzionale cancellazione. Possibile che sia solo una
sfortunata combinazione, tanto improbabile quanto possibile? Che sia stata unazione
indotta dallinterpretazione tardiva ed estremistica delleditto di Carlo Magno,
che nellanno 800 proibì che si portassero i cani in chiesa?
(*)Proseguo
verso destra. Si vede abbastanza chiaramente una costruzione ai cui lati si
appoggiano due angeli ed altri due la
sorreggono, sollevandola sopra un mare ondoso . Allinterno si intravede, in un
riquadro, un busto, forse
femminile, con laureola. Si tratta della raffigurazione del trasporto
della casa natale della Beata Vergine Maria, luogo dove a Nazareth si compì
lAnnunciazione. La tradizione vuole che la traslazione sia avvenuta alla fine del
200 ad opera di angeli in due riprese. Una prima traslazione fu effettuata fino a
Tersatto, in Dalmazia. Successivamente la seconda, ed ultima, traslazione fu a Loreto.
Il dipinto prospetta unabitazione signorile, con un ricco portale dingresso.
Una licenza darte. La casa di Nazareth doveva essere più simile ad una povera
capanna, seppur costruita pietra su pietra. Le pareti della casa oggi sono loggetto
della devozione nel santuario dove sono racchiuse.
(*)La
sequenza termina con una figura maschile, ignuda, trafitta da diverse frecce,
legata ad una colonna o ad un
albero la cui struttura si riconosce tra le gambe e nel capitello sopra il capo. Il
riconoscimento mi è facile e sicuro. Si tratta del martirio di San Sebastiano,
che sempre viene rappresentato in questo modo. Ma nel racconto della tradizione il Santo
non morì per nulla in quelloccasione. Abbandonato e dato per morto dai suoi
aguzzini, venne soccorso da una cristiana e curato tanto da guarire, di certo
miracolosamente. Ritornato in salute, si presentò allimperatore Diocleziano
proclamando la sua fede. Morì sotto i colpi di flagello.
E frequente lassociazione tra limmagine di San Sebastiano e quella di
San Rocco, come in questo quadro. La coppia, infatti, è rappresentata a protezione dai
contagi e dalle ferite, comunque in favore della loro guarigione.
Alzo lo sguardo e seguo il dipinto che prosegue verso lalto sulla
parete, formando un arco, per poi congiungersi con la volta a crociera.
(*)Sulla
sinistra, anche se non vi fosse quella didascalia chiara seppur interrotta dalla
consunzione dei tempi San Nicolaus de To
, nella figura maschile
riconosco gli attributi di San Nicola da Tolentino: il saio degli
Agostiniani, il crocifisso fiorito
di gigli, simboli di purezza di vita, ed il libro delle Regole. Meno
evidente, sul petto comunque intravedo una macchia rossa, quella stella
che lartista con certezza ha voluto rappresentare a ricordo della visione miracolosa
che lo accompagnava durante la celebrazione della messa. La frase sul libro è chiaramente
leggibile Pater, praecepta tua servavi cioè O Padre, ho osservato i
tuoi comandamenti. Si riferisce al testo specifico della Bibbia Vulgata come
riportato al versetto 100 del salmo 118, che nel completo così si esprime super
senes intellexi quia praecepta tua servavi. Nel caso del Santo è più
probabile che il riferimento sia correlato ai dettami di SantAgostino, che egli
applicò alla lettera ai suoi momenti di vita consacrata.
(*)A
destra, oltre limmagine quasi completamente cancellata della Vergine sopra la Santa Casa, una
figura vestita di saio. Un monaco, quindi, che si appoggia su un nodoso bastone con
limpugnatura a T nella mano sinistra, e che sorregge un libro nella mano destra
alla quale è legata una piccola
campana. Linsieme di questi attributi mi rende certo il riconoscimento con SantAntonio
abate, che con il suono della campanella scacciava quegli spiriti maligni che lo
tentavano nella sua vita deremita nel deserto. Peraltro è curioso che la campanella
sia normalmente associata, ma non qui, anche ad un maialetto posto ai piedi del Santo.
Questa storia si riferisce a fatti avvenuti dopo la sua morte. Nella città francese dove
furono portate e conservate le reliquie del Santo, fu fondato lOrdine Ospedaliero
degli Antoniani, il cui simbolo è il bastone a T e la cui specializzazione medica era la
cura del herpes zoster, detto appunto Fuoco di SantAntonio perché il Santo
ne guarì diversi ammalati. Per la cura di questo male si ricorreva al grasso di maiale, e
quindi i monaci avevano in carico un discreto allevamento di questi animali, che per il
prezioso contributo che davano alla guarigione erano identificati con una campanella al
collo ed avevano il privilegio di poter girare liberi per le vie del borgo. Questa parte
della storia si diffuse anche in Valtellina portando il culto del Santo e del maiale,
assieme, anche se con qualche modifica di sapore locale. Ricordo infatti che le Leges
Municipales Magnificae Comunitatis Burmii, cioè gli Statuti Bormini, al capitolo 215
dettano una curiosa regola titolata De verro communis, cioè del
porco del Comune. Ho ritrovato il testo e qui ne riporto la sola versione tradotta in
italiano, estratta da una vecchia pubblicazione nella Collana Storica della Banca Piccolo
Credito Valtellinese.
Art. 215
Porco del comune.
Item si stabilisce, ogni anno in primavera il comune comprerà un maiale non castrato, da
lasciar scorrazzare per il borgo sino al Santo Natale: allora verrà scannato e le sue
carni vendute al macello comunale: i denari ricavati si daranno agli inservienti di
santAntonio di Vianna, per il culto di quel santo.
Da notare come il Santo sia indicato di Vianna.
Lattribuzione è relativa alla città ove giunsero le reliquie e che per questo
fatto prese il nome di Saint-Antoine de Viennois.
Ho terminato la parete ed alzo gli occhi al cielo, è il caso di dire.
La volta è suddivisa in quattro settori, ognuno dei quali racchiude un
medaglione con il busto di un personaggio maschile che, dal copricapo, si riconosce come
essere un vescovo o un papa. Allincrocio dei costoloni unimmagine del Cristo
Pantocratore. Diverse scritte aiutano nella comprensione delle immagini minori. Per questa
volta mi sono posto come obiettivo il riconoscimento dei santi. Distolgo lo sguardo.
Mi dedico agli archivolti, dove invece compaiono ulteriori figure con laureola.
(*)Su
uno di questi è dipinta una figura maschile, ben delineata, in abbigliamento da soldato
romano. (*)La figura si
trova testa a testa con unaltra similare. Le valuto in coppia. La prima porta nella
mano sinistra una frusta o
staffile e nella destra una palma. La seconda, nella mano destra una spada; il resto del dipinto
è deteriorato e ne cancella il contenuto. Però gli attributi valutati assieme mi
consentono di riconoscere San Gervasio e San Protasio,
fratelli gemelli, entrambi martiri, ritratti con gli strumenti utilizzati per il loro
mortale supplizio.
Sullaltro archivolto trovo ben leggibili le didascalie, che
sciolgono ogni dubbio dinterpretazione.
(*)Strano
però. In questo caso limmagine di Santa Marta non segue la tradizione iconografica,
più volte ripetuta nella chiesa; infatti qui nessuno degli attributi classici è
presente, ma è ritratta in abito
monacale ed in posizione di preghiera. Sono più che perplesso; dapprima ritengo che
non si tratti della Santa Marta di Betania ricordata nella titolazione della chiesa e
nelle altre raffigurazioni. Non ho a disposizione altri indizi se non labito ed il
candido soggolo. Ma in tutte le altre immagini labito è rosso, mentre qui lo sono
solo le maniche; inoltre manca il secchiello e laspersorio. Perché non qui? (*)Un aiuto a dare
risposta al quesito viene dalla figura superiore; la dicitura dice che si tratta di Santa
Maria Maddalena, ed infatti la veste sfarzosa, i lunghi capelli sciolti ed il contenitore per lunguento
che stringe nella mano destra danno certezza allidentificazione, oltre al fatto che
si trova in posizione adorante ai piedi del Cristo crocefisso, immagine centrale
dellarchivolto. Le due figure femminili devono venire interpretate congiuntamente,
ed allora è possibile comprendere quale sia il significato della diversa iconografia di Santa
Marta di Betania. Alcuni artisti hanno impiegato questa coppia per proporre due
simboli tra loro in contrapposizione morale, come semplici richiami al di fuori delle
completezze iconografiche; la severità dellabito monacale per la modestia,
lappariscenza dellabbigliamento per la vanità. Fosse stata sola e senza
diciture, la figura della monaca sarebbe rimasta nel più completo anonimato
interpretativo.
(*)Oltre
il Cristo crocefisso, ma in stretto legame con esso, è dipinta la figura perfettamente
riconoscibile di San Francesco dAssisi, vestito del saio di frate,
cinto da un cingolo con tre nodi
che si relazionano ai voti dei francescani: povertà, castità, obbedienza. Alcune linee rosse sono state tracciate
per congiungere le ferite del Salvatore con le corrispondenti posizioni sul corpo del
Santo. Si tratta della rappresentazione dellepisodio più significativo nella vita
del Santo, quando ricevette le stimmate.
(*)Mentre
analizzo questa zona scopro che il medaglione più vicino non raffigura né un vescovo né
un papa, come viceversa è il caso degli altri tre presenti sulla volta. Pur se il volto
è perso nel degrado del dipinto, intravedo laureola. Il personaggio è ritratto
mentre scrive, una penna nella
mano destra di fronte ad un libro, sullo sfondo una libreria ricca di volumi e
documenti. E sicuramente limmagine di San Girolamo, rimasto
famoso per la sua imponente opera di letteratura cristiana oltre che per la traduzione del
Vecchio Testamento chiamata Vulgata, ottenuta dalla lettura diretta dei testi originali in
lingua ebraica; unimpresa che fu prima e unica nel suo genere. Osservo attentamente
e scopro che lartista, curiosamente, ha dipinto le sue mani con solo tre dita oltre
il pollice. Sorrido tra me per laccostamento profano che mi sorge alla mente con le
figure dei personaggi del compianto Walt Disney, ma sono sicuro che San Girolamo non me ne
vorrà; in fin dei conti è il mio protettore, visto che mi piace collocare me stesso tra
studiosi, bibliotecari ed archeologi.
Lascio la loggia e mi dirigo verso laltare. Costeggiando la parete
di destra della chiesa, dove si apre il portone daccesso laterale.
(*)Prima
di questa apertura, un quadro mostra nuovamente Santa Marta di Betania,
questa volta con gli attributi della tradizione classica. Sotto di lei emerge il volto di un personaggio
rivolto in preghiera verso una zona profondamente danneggiata, dove posso più immaginare
che intravedere la Madonna col
Bambino. Vicino al volto della Santa, una piccola immagine raffigura una lapide dove
emerge dal fumo della consunzione la data del 1527; un ulteriore passo in avanti nella
scala del tempo. Mi incuriosisce però langolo in alto a sinistra del dipinto; in un
riquadro compare una gamba umana.
Probabilmente il quadro è stato dipinto quale ex-voto per una qualche guarigione prodotta
dalla Vergine Maria su intercessione della Santa.
(*)Proseguo
e supero la porta, trovando una nuova immagine di Santa Marta di Betania,
a mio avviso la più bella tra quelle sinora riconosciute; non solo, ma vedo una pittura
diversa, uno stile più rivolto alla qualità del ritratto, meno legato alla semplicità
dei simboli iconografici. Dal volto della Santa emana una profonda dolcezza, le gote
rosate, la morbidezza realistica della bocca in contrasto con leccessiva
schematicità degli occhi. Sapienti sfumature di colore sono pennellate a rendere quella
terza dimensione che il piano non concede, effetto ancor più visibile nella colonna spiralata inserita sulla
destra a limitare il quadro, il cui motivo si ritrova anche nelle colonne dellarco
di accesso al prebiterio. Con questimmagine farei lemblema (oggi si direbbe
il logo) della chiesa stessa.

La zona del presbiterio e dellabside

(*)Prima
di accedere al presbiterio, sulla colonna di destra rilevo una figura maschile, ignuda,
posta sopra una grata dalla quale
emergono lingue di fiamma; un personaggio, in basso, aziona un mantice, con levidente
intenzione di alimentare le fiamme; sopra, un altro personaggio impugna un tridente rivolgendone le punte
verso il corpo del malcapitato. Si tratta della raffigurazione del martirio di San
Lorenzo. La leggenda narra di lui che durante il supplizio si rivolgesse al suo
carnefice, che qui nellimmagine riconosco dal forcone, dicendo qualcosa del genere:
Ora che mi hai ben cotto da una parte, rigirami per bene dallaltra.
Mi dedico dapprima alla parte più visibile, seppur meno ricca di
immagini, della zona del presbiterio, cioè labside. In questo caso non è
strutturato a conca, come tradizione vorrebbe, ma si limita in una parete piana. Gli
affreschi che mi appaiono sono in maggior parte deteriorati, tanto che rimangono solo due
figure a pieno quadro.
(*)Sulla
sinistra vedo un leone accucciato
in grembo ad una figura maschile ammantata della rossa veste cardinalizia; sullo
sfondo un armadio funge da libreria e raccoglie molti volumi, alcuni sparsi su un
tavolo. Ho già incontrato prima questa raffigurazione, che qui è a figura intera e
non costretta in un medaglione. Si tratta di San Girolamo. In questa
immagine compare anche in compagnia del leone mansueto, da una zampa del quale il Santo è
intento ad estrarre qualcosa che sembra più essere un lungo chiodo piuttosto che la
spina della tradizione. La leggenda narra infatti che il Santo fu sempre accompagnato da
un leone dopo che lui lo ebbe curato togliendogli il fastidio di una spina conficcata in
una zampa.
(*)Seguendo
verso destra incontro una zona dove del dipinto sono rimasti solo due volti, e di questi
solo uno posso riconoscere dagli attributi. Ho già incontrato in unaltra parte
della chiesa il crocifisso con i
gigli di San Nicola da Tolentino. (*)Anche il
simbolo al suo fianco lo riconosco nel trigramma, dal quale posso
intendere che sotto vi fosse dipinto San Bernardino da Siena, la cui immagine è ora
totalmente perduta. O forse non lo è. Mi sembra che volutamente sia stato steso un velo,
come di protezione, che lascia intravedere un fantasma di quanto nascosto. Chissà. Forse
in attesa della sapiente mano di un restauratore.
(*)Allestrema
destra una figura maschile si mostra perfetta nel dipinto. Sul capo e sulle spalle alcune pietre, regge nella mano
destra la palma, simbolo del martirio. Si tratta della raffigurazione di Santo
Stefano, il primo martire. Le pietre sono il ricordo della sua morte voluta dal
Sinedrio per lapidazione, dopo che pronunciò parole contrarie alla visione ebraica della
religione, cui la scritta sul libro fa riferimento: Stephanus vidit celos
apertos e I. C. sum stantem a destris Dei cioè Stefano vide i cieli
aperti e Gesù Cristo in piedi alla destra di Dio.
Ai suoi piedi emerge una strana figura, che solo in
minima parte entra nel suo riquadro. Con certezza appartiene alla figura che si trova alla
sinistra, ora persa nella nebbia del degrado. Scorgo chiaramente le maglie di una catena.
Ritengo si tratti di una sorta di mostro incatenato. Si distingue su uno sfondo bianco,
che probabilmente è parte dellabito del personaggio non più visibile, ma che ne
sembra completamente vestito. In questo caso si potrebbe trattare di San Bernardo
di Chiaravalle, la cui iconografia lo ritrae sempre vestito della candida cocolla
e talvolta con il drago incatenato, a simboleggiare la sua sconfitta delleresia. Non
si può dire che abbia riconosciuto il Santo, che realmente non cè, ma nemmeno
niente male con la disponibilità di un solo paio dindizi, e tantomeno chiari.
Alzo lo sguardo alla volta, dove nei quattro settori poco rimane
dinterpretabile. Una Trinità, due figure. Punto lattenzione su queste.
(*)La
figura di sinistra, maschile, indossa un semplice manto rosso, segno del martirio, che
lascia scoperto il busto; nella mano sinistra regge una striscia che termina con una
parte a freccia verso la sua testa. Un fumetto ante litteram?.
Nelliscrizione leggo Ecce agnus dei
. Per questo riconosco
senza dubbio la raffigurazione di San Giovanni Battista, colui che
battezzò Gesù riconoscendolo ed indicandolo come Agnello di Dio. E
curioso che del Santo si usi frequentemente tuttora una frase che peraltro pochissimi
sanno riconoscere come uscita dalla sua bocca: Vox clamans in deserto,
che sta ad indicare chi parla del vero ma nessuno lo ascolta; si riferisce ad un episodio
della sua vita quando negò a sacerdoti e leviti di essere il Messia.
(*)Di
fronte a lui è dipinta una figura di giovinetto con i lunghi capelli biondi, la mano
destra benedicente, stringe nella sinistra una coppa. La vicinanza con San Giovanni
Battista non è di poco conto per il suo riconoscimento. Infatti si tratta di San
Giovanni Evangelista, discepolo del Battista ed il più giovane tra gli apostoli
di Gesù. Se osservo con attenzione la coppa che reca in mano posso scorgere una piccola figura che ne esce,
verde, forse un piccolo drago o un serpentello. Il riferimento è relativo ad un passo
della leggenda sulla sua vita, dove si ricorda che bevve del veleno per sconfessare un
sommo sacerdote idolatra, e ne uscì miracolosamente indenne.
(*)Quasi
mi sfuggiva che allinizio dellarchivolto è ben visibile una figura femminile;
ammantata di panno rosso, nella mano destra la palma, entrambi simboli del martirio. Con
il braccio sinistro regge un
piccolo agnello. E limmagine di SantAgnese, giovane
adolescente quale morì. Lagnello è un riferimento ad un momento successivo alla
sua morte, quando, narra la leggenda, comparve in sogno ai suoi genitori appunto reggendo
un agnello. Potrebbe anche essere, più semplicemente, il simbolo del martirio che subì,
sgozzata come un agnello. Mi risulta che sia lunica santa ad avere questo animaletto
come attributo. O forse no. Non fosse che sopra di lei si intravede la dicitura che la
identifica, io qualche dubbio me lo porrei, forsanche sulla conoscenza iconografica
dellartista che talvolta mi lascia confuso. Labito rosso con la cintura posta
sotto il seno, in identica fattura, lo ritrovo frequentemente nei dipinti che raffigurano
unaltra santa, dipinti che si riferiscono al "Matrimonio mistico di Santa
Caterina dAlessandria". Ed inoltre, esattamente in riferimento a questa santa,
ho trovato in un inventario dell800 la presenza degli attributi della palma e
dellagnello nellopera di un artista identificato dal nome Guido (forse Guido
Reni) conservata a Torino. E allora, per verifica delliconografia classica dico che
allimmagine di SantAgnese mancherebbe il fuoco sotto i piedi ed a quella di
Santa Caterina dAlessandria limmancabile ruota. O forse il fuoco cè?
Sotto la santa vedo una pittura di
colore giallastro che potrebbe rappresentarlo; forse lartista non ha scelto
volutamente il tipico colore rosso delle fiamme per non confonderlo con la veste;
forse
Comunque è scritto proprio S. Agnes. E così sia.
Proseguo a sinistra, dove lo sguardo viene attirato dai brillanti colori
dellaffresco che adorna la semiluna della parete verso la volta. Mi è facile
identificare che si tratta di tre scene della vita di Santa Marta di Betania.
(*)Nella
scena di destra, sulla Santa composta nel sudario di morte appare il secchiello nel quale è
inserito laspersorio. Molte le figure che la attorniano, partecipando al rito della
sepoltura. Ai suoi piedi una
figura con il copricapo vescovile; la testa sorretta da una figura con aureola nella
quale è iscritta una croce di loro rosso, simbolo del Cristo. Un cartiglio, scritto in
lingua volgare, consente di identificare alcuni personaggi; leggo dove possibile: Come
Jesu Cristo et vescovo
sepeliano el corpo
volto de Santa Marta el corpo de
quala calea
In memoria eterna erit hista ospita mea. Uno scritto
anonimo del secolo XV mi viene in aiuto, descrivendo nel dettaglio lavvenimento. Il
capitolo è titolato Come Iesu Cristo benedetto fu alli esequie della sua cara
ospita Marta, angeletta immaculata, e, dopo che ebbono cantato lo officio, la seppellirono.
Ecco cosa vi leggo.
E poichè ebbono finito lufficio, esso Iesu Cristo con le
proprie mani, con santo Frontone sepellirono il santissimo corpo della immaculata Marta,
sua cara sposa e figliuola.
Con questo è rivelato il nome del vescovo ed è evidente che
limmagine si riferisce alla città dove la Santa trascorse gli ultimi anni della sua
vita e dove quindi vi fu sepolta; lanonimo autore del testo la chiama Trascone. Ma
per ora voglio lasciare questa questione in sospeso.
(*)Nella
scena di sinistra è rappresentato lultimo istante di vita della Santa, mentre
riceve il viatico da un sacerdote;
molte le figure attorno al suo capezzale, tra queste diverse con laureola. Nel
cartiglio leggo: Come la inocente Marta se comunicò col glorioso corpo de
Cristo et come lei rendete el suo spirito a Dio. Anche in questo caso il
ricorso al testo dellAnonimo mi fa comprendere quale sia stato lispiratore
primario per lartista che ha dipinto queste scene. Un capitolo ha per titolo Come
la santissima Marta passò da questa vita, e come gli apparve Iesu Cristo con la gloriosa
Vergine Maria, e con la sua sorella Maddalena. Nel testo vi leggo:
E dopo queste parole, conoscendo la immaculata e santa Marta che il
tempo del suo transito sapprossimava, comandò che gli fusse portato il santissimo
corpo di Cristo
In manus tuas Domine commendo spiritum meum, ed essa felice Marta spesso replicando le
dette parole, cioè la santissima anima, la quale Iesu Cristo accompagnato dalla gloriosa
vergine Maria, e dalla sua diletta Maddalena, e da innumerabile moltitudine di angeli e di
santi la condusse e accompagnò in vita eterna, cantando e iubilando e facendo grandissima
festa, e solennissima pasqua.
Ecco quindi che la scena è una perfetta interpretazione in immagine del
testo dellAnonimo. E difficile identificare con precisione tutti i diversi
personaggi con aureola, ma tra questi spicca, inginocchiata ai piedi del letto, la figura della Maddalena, i
lunghi capelli sciolti e la veste sfarzosa. Altra figura potrebbe riferirsi ad una certa
Marcella; costei era lumile ancella di Santa Marta e seguì la Santa per tutta la
sua vita; lAnonimo la cita in varie occasioni ed anche in questa. Se sia considerata
santa, questo non sono riuscito a verificarlo con certezza assoluta. Però la trovo
descritta come tale solo nel Catalogus Sanctorum del 400 sotto la voce
De Sancta Marcilla pedissequa Marthe.
(*)La
lunetta superiore completa laffresco con una scena di vita, dove la Santa alza la mano destra benedicendo un personaggio trascinato dalla corrente
di un fiume verso un ponte. Nel cartiglio leggo: Come la inocente Marta
resuscitò uno morto per volontà de Dio. Lo qual negò in uno fiume.. Anche in
questo caso levento è raccontato nel testo dellAnonimo in un capitolo
titolato: Come la santissima ed innocente Marta resucitò uno morto.
Nel testo vi leggo:
ma come vi fu dentro, fu sommerso ed annegato dalla furia del
fiume. Il corpo del quale fu trovato laltro giorno sequente, e fu portato alli piedi
della fedelissima Marta da molte persone, pregandola con molte lacrime che lo volesse
resuscitare, pregando Iddio per lui.
E pigliando il detto giovane per la mano, si resuscitò, e tornò vivo, e fecesi
battezzare, e fu buono cristiano.
In questo quadro è difficile lidentificazione degli altri
personaggi con aureola, che sono almeno due, uno dei quali è in un secondo piano tanto
nascosto che il pittore mi rivela solamente la parte centrale del viso ed una
minima sezione di aureola. Per quanto riguarda la figura femminile alle spalle della
Santa, potrei azzardare che si tratti della sorella Maddalena, a dar credito ai biondi capelli sciolti.
In questo grande affresco tripartito lartista ha dimostrato una
completa aderenza al testo quattrocentesco della leggenda come riportata dallAnonimo
autore; un segnale che quel testo era ben conosciuto e probabilmente addirittura il
riferimento principale, se non unico, per la storia della Santa. Anche il testo in latino
del coevo Catalogus Sanctorum di Pietro Natali mantiene la storia in aderenza con
quella raccontata dallAnonimo; è probabile che un testo ancora più antico sia
stato la fonte informativa per entrambi.
Abbasso lo sguardo ed affronto la zona che ancora mi rimane da
analizzare. In questa parte si apre una finestra, decentrata, posta sotto la scena della
sepoltura. Questa finestra divide due zone, ben distinte, con figure femminili pressoché
a grandezza naturale, ricche pitture che lartista, visto lo spazio a disposizione,
ha potuto ritrarre con accurati dettagli.
(*)Sulla
destra della finestra il quadro è una raffigurazione classica nelliconografia e
rappresenta SantAnna, la madre della Vergine Maria, seduta su un
trono. La facile identificazione si basa sulla sua principale caratteristica, cioè il
fatto che sulle ginocchia regga la figlia col Bambino. In questo caso la Madonna è
intenta ad allattare ed il Bambino alza la mano destra col segno della benedizione.
Limmagine non mi richiede alcuno sforzo interpretativo, né pone alcun dubbio. Trovo
interessante, comunque, notare che laureola del Bambino ha inscritta una croce di colore rosso; questo
tipo di aureola è riservata al Cristo, ma non sempre è così ben rappresentata e
correttamente assegnata. Inoltre il Bambino regge con la mano sinistra un globo sormontato da una
piccola croce e suddiviso in tre settori. E la rappresentazione dellecumene
come la si intendeva in tempi medioevali, il cosiddetto mappamondo a T, in cui i tre
settori rappresentano le divisioni del mondo allepoca conosciuto: Europa, Africa ed
Asia. La tradizione vuole che la popolazione dei tre continenti sia il frutto della
discendenza dei figli di Mosè, rispettivamente Cam, Jafet e Sem. Sulla destra di questo
quadro, inclusa in un medaglione, scorgo nuovamente limmagine della Maddalena, i lunghi capelli sciolti.
Volgo lo sguardo a sinistra, oltre la finestra. Da un solo quadro mi
osservano (così sembra) quattro immagini femminili, splendide per dimensioni, colori e
dettagli. Le osservo e studio una per una, da destra a sinistra.
(*)La
prima figura a destra veste un
abito riccamente adornato, completamente diverso dai manti indossati dalle altre
figure. Nella mano sinistra regge un
vassoio sul quale sono posati due globi biancastri. Nella mano destra uno stiletto. Si tratta di Santa
Lucia, sottoposta al martirio ed uccisa per giugulazione, cioè trafiggendole la
gola con un pugnale. Il vestito è probabilmente un abito nuziale, e ricorda
lepisodio della sua vita, quando, già in procinto di matrimonio, rifiutò il
pretendente per dedicarsi a Dio. Per quanto riguarda i globi sul vassoio, il riferimento
è leggendario; si dice che si cavò gli occhi per offrirli al futuro sposo che, respinto,
laveva denunziata come cristiana e quindi rendendola oggetto della persecuzione. Una
storia tanto consolidata nel tempo da essere entrata come principale caratteristica
nelliconografia classica.
(*)Procedo
a sinistra con la seconda figura. Con la mano destra mostra una tenaglia tra le cui pinze
intravedo un piccolo oggetto bianco. Nella mano sinistra un libro. Nessun dubbio di
interpretazione per questa immagine, la cui caratterizzazione è unica nel suo genere. Si
tratta di SantApollonia di Alessandria alla quale furono strappati
tutti i denti durante un tumulto popolare, e venne torturata perché abiurasse la
religione cristiana; infatti, tra le pinze scorgo un dente. Il libro è interpretato come
essere il Vangelo, a simboleggiare la forza di resistere alla tortura da lei trovata nella
parole del Signore. Talvolta, anche se non frequentemente, la Santa è ritratta con la
carnagione nera. Unidentificazione di assoluta certezza.
(*)Ancora
a sinistra, la figura che vedo regge con la mano sinistra una torre con tre aperture; nella
destra la palma del martirio, ma con strani oggetti rossi che ne
fuoriescono, quasi fossero fiori. Senza ombra di dubbio, la didascalia lo testimonia, si
tratta di Santa Barbara, la cui immagine è resa unica dalla
caratteristica costruzione. La tradizione narra che fu confinata in una torre dal padre
idolatra; la torre aveva solamente due finestre e la Santa ordinò che ne fosse aperta una
terza, in onore e rispetto alla Santissima Trinità. Fu il padre stesso a denunciarne il
fervore religioso. Sottoposta, tra le altre pene, al supplizio della fustigazione, la
tradizione narra che le verghe della frusta si tramutarono in piume di pavone. Ecco forse
cosa ha voluto rappresentare lartista nella mano destra della Santa; non, o
quantomeno non solo, la palma, ma anche la bellezza cromatica di quelle piume. Dubito che
avesse unidea precisa di come fosse la coda del pavone.
Un ultimo passaggio dello sguardo e mi avvio verso la conclusione.

Il mistero dellultima Santa
Devo confessare che artatamente, come direbbero gli accusatori di legge,
ovvero con avveduta abilità, come dice il dizionario De Mauro della lingua
italiana, ho costruito un percorso di analisi che conducesse attraverso le diverse
immagini fino a concludersi con questa di cui ora parlerò. Lo riconosco; una scelta più
vicina alla letteratura poliziesca che a quella scientifica. I lettori mi scuseranno, ma
quello è un genere che amo particolarmente. Tantè che immagino misteri ovunque,
anche quando non ce ne sarebbe alcun motivo. Lo si prenda come un divertissement.
Però in questo caso
Procedo come sempre.
(*)La
figura impugna con la mano sinistra un bastone che termina con una croce,
e con entrambe le mani trattiene con un laccio una bestia immaginaria, un drago.
La didascalia, peraltro leggibile con difficoltà, ci informa che si tratta di Santa
Margherita di Antiochia, conosciuta anche come Santa Marina. Il drago sconfitto e
la croce astata sono gli attributi della Santa. E fin qui non ci sarebbe nulla di strano.
Durante una ricerca condotta sui testi che mi sono serviti quali
riferimento storico ed iconografico sono attratto da alcuni indizi che mi portano a
concentrare lattenzione altrove; per me una situazione incontrata di frequente e che
qualcuno chiama serendipità: cerchi una cosa e per caso ne trovi unaltra molto più
attraente. In pratica, e nel caso specifico, ho trovato attributi più coerenti con una
santa, che per ora mi limiterò ad identificare come Santa X.
Guardo dapprima la situazione raffigurata nel quadro, nel suo insieme.
Cioè cerco di immaginare quali siano le azioni compiute, che compie o che compirà la
Santa.
Indubbiamente la sconfitta della bestia è il punto cruciale della scena.
Nel Catalogus Sanctorum, testo di cui ho già riportato brani, alla voce relativa
a Santa Margherita trovo la scena descritta e leggo, traducendo con libertà dal latino:
Ed ecco che le apparve un ferocissimo drago
che presto la
inghiottì. Ma
la vergine
si munì del legno della croce e sventrò nel
mezzo il drago e la vergine ne uscì illesa.
Non a caso la Santa è la protettrice delle partorienti, visto che lei
stessa uscì dal ventre del drago, seppur in modo violento e con la morte
dellospite, che poi si rivelò essere il Diavolo in persona.
Pongo a confronto, ricavandolo dello stesso testo, quanto si dice circa un drago
attribuendo lepisodio a Santa X. Leggo:
In quel tempo vi era
un drago, per metà animale e per metà
pesce,
aveva denti aguzzi come pugnali.
(Santa X) gli mostrò la croce del
Signore
lo rese docile come un agnello e lo legò con la propria cintura,
così che il popolo lo uccise lapidandolo.
In aggiunta, un altro testo depoca mi informa che il
drago era cornuto da ogni parte della testa.
A me appare di tutta evidenza che la raffigurazione della bestia si
adatta a pieno alla descrizione dellepisodio come emerge dal testo relativo a Santa
X: locchio da pesce, i denti aguzzi, la testa coronata di corna ed anche
lessere vivo e vegeto, quantomeno momentaneamente. Il drago di Santa Margherita era
morto sventrato, quando lei ne uscì.
Pongo a confronto anche le due diverse voci di un testo inglese del
800, dove si sviluppa un inventario delle rappresentazioni dei santi e dei loro
attributi; parlando di Santa Margherita si dice che il drago è rappresentato
trafitto ai suoi piedi mentre per Santa X si dice che è al guinzaglio
della sua cintura. Che nellimmagine sia raffigurata una cintura e non una
catena lo intuisco facilmente dal fatto che prosegue sullabito della Santa avvolgendola sotto il seno.
Identica situazione è descritta in un coevo e similare testo francese.
A questo punto ritengo sia giunto il momento di rivelare chi sia Santa
X, e lo faccio riportando in originale un testo che ho già utilizzato in questo lavoro. E
dico anche: guarda caso!
E così perseverando la detta sposa e cara ospita di Iesu Cristo,
Marta, predicando e facendo ogni giorno miracoli, li popoli vennono a lei dicendogli come
appresso a uno fiume, il quale si chiamava Rodano, in uno bosco tra Arelate e Vignone, era
uno grandissimo dracone, il quale era più grosso che uno bue, e più lungo che uno
cavallo, e aveva li denti acuti e taglienti come una spada, ed era cornuto da ogni parte
della testa, il quale stava nascosto nel fiume, e tutti quelli che passavano erano morti e
mangiati da lui, e faceva sommergere di molte navi. Il qual dracone era venuto per lo mare
da Galacia in Asia, generato da uno serpente aquoso e ferocissimo, e da uno altro animale,
il quale si chiamava Omaco, il quale, nasce in Galacia; il qual serpente gettava il suo
sterco come se fusse una sagitta per lungo spazio, e ciò che toccava abbruciava a modo di
fuoco. Al quale serpente la innocente Marta, fedelissima sposa di Iesu Cristo, essendo
pregata dalli popoli, andò armata del segno della croce, e portando dellacqua santa
accompagnata dalle sue dilette discepole e figliuole e da grande moltitudine di gente. E
pervenendo nel bosco, li popoli, impauriti per lo detto serpente, avevano paura di andare
più avanti; ma la innamorata e innocente Marta, fedelissima sposa del vero agnello, con
le sue dilette figliuole, sicuramente procedendo nel bosco, trovorono il serpente che
mangiava uno uomo; al quale appressandosi la fedelissima Marta, gli mostrò la croce e poi
gli fece lo asperges con lacqua santa, e così per virtude divina diventò tutto
mansueto, e perdette la sua ferocitade. Per la qual cosa la pura ed innocente Marta,
pigliando la sua coreggia con la quale ella era cinta, la misse al collo al detto
serpente, ed alli popoli che erano venuti con lei lo fece poi ammazzare con lance e con
sassi e con altre arme, tenendo lei sempre la coreggia in mano.
Si tratta proprio del testo del 400 che riporta la leggenda di
Santa Marta scritta dallAnonimo autore.
Una confusione del pittore? Un errore del committente? Una libertà
artistica?
Oppure un gioco voluto, un messaggio arcano e multiforme? Forse proprio per stimolare chi
guarda limmagine ad operare nuovi collegamenti e connessioni, oltre il classicismo
delliconografia conosciuta.
Per me, un affascinante mistero.

Chiusura
Non ho finito, e lo dico con rammarico. La chiesa mi nasconde ancora
molte scoperte. Medaglioni, frammenti di affresco, dipinti e, perché no, muri e sassi che
raccontano storie antiche di duro lavoro quotidiano e di tenace fervore religioso.
Unattrattiva al ritorno.
Però sono felice di aver avuto questa grande opportunità, cioè di
scoprire la vera essenza di questo gioiello nascosto: unenciclopedia di Sante e
Santi. E di questa scoperta devo ringraziare chi mi ha consentito di preparare in piena
libertà le basi per questo lavoro; una persona che lascio nellanonimato come
richiesto dalla sua veste, simbolo di umiltà e di dedizione al prossimo.
Voglio chiudere con uninvocazione popolare lombarda il cui ricordo
risale alla mia infanzia.
Oh! Signôr, câra Màdôna,
tûti i Sànt in colôna
mi in fîla trii a trii
cont el rèt de düü,
Sàn Pèder e Sàn Pàul.

Sante e Santi riconosciuti
Agnese
Anna
Antonio abate
Apollonia dAlessandria
Barbara
Giovanni Battista
Giovanni Evangelista
Bernardino da Siena
Caterina dAlessandria
Eligio
Francesco dAssisi
Girolamo
Gervasio
Giorgio di Lydda
Lorenzo
Lucia
Maria Maddalena
Margherita dAntiochia (detta anche Marina)
Marta di Betania
Nicola da Tolentino
Protasio
Rocco
Sebastiano
Stefano
Beato Simone da Trento

Bibliografia
Catalogus Sanctorum et gestorum eorum
Petro de Natalibus, Henricus da Sancto Urso, Vicenza, 1493
La leggenda di Lazzaro, Marta e Maddalena
Anonimo del 400, Società Tipografica Bolognese, Bologna, 1853
Dictionnaire Iconographique des figures, légendes et actes des
saints
Abbé J. P. Migne, Migne Editeur, Paris, 1850
Emblems of Saints
F. C. Husenbet, Longman Ed., London, 1860
Affreschi del Tre e del Quattrocento in Alta Valtellina
R. Togni, Ed. Vita e Pensiero, Milano, 1966
Pittura a fresco in Valtellina nei secoli XIV XV XVI
R. Togni, Piccolo Credito Valtellinese, Sondrio, 1974
Santi e Beati di ieri e di oggi
A. Cerinotti, Demetra Ed., Colognola, 1999
Come riconoscere i Santi e i Patroni
F. e G. Lanzi, Ed. Jaka Book, Milano, 2003
Santi dItalia
A. Cattabiani, Rizzoli BUR, Milano, 2004
