San Bernardo di Monte Carasso:
viaggio nell'iconografia dei Santi
testo e foto di Ferruccio C. Ferrazza
(visita effettuata nel settembre 2007)

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Premessa
Durante lo studio per la preparazione del mio lavoro sulla chiesa di
Santa Marta a Sondalo (vedi) ho avuto
necessità di consultare diversi testi, non solo di carattere generale, come quelli di
agiografia, ma anche di puro interesse locale, come quelli sulla storia dellAlta
Valtellina; opere di pregevoli studiosi conosciuti, sfortunatamente, solo in un ristretto
ambito territoriale.
In uno di questi saggi compariva un riferimento specifico, in relazione
alla particolare rappresentazione della Trinità, con quanto riprodotto in un affresco
della chiesa di San Bernardo a Monte Carasso, il cui unico riferimento geografico lo
collocava in territorio elvetico.
Mi ero appuntato il luogo su un improvvisato foglietto, ripromettendomi
di seguire questa nuova pista di ricerca non appena ne avessi avuto la possibilità. Ma
ero concentrato in altre attività, ed il foglietto con lappunto è rimasto nascosto
tra le pieghe di un libro annullandone la sua memoria.
Un caso fortuito, mentre riponevo il libro nello scaffale stracolmo
della mia libreria, un gesto malaccorto, il libro che cadeva, ed il foglietto ritornava in
libertà sollecitandomi ad una rinnovata attenzione.
Pochi studiati colpi di tastiera sul computer aperto verso il mondo
telematico (così ora si usa fare) ed ecco rivelato il luogo e come raggiungerlo.
Non fosse stato per quellunico riferimento in quel testo di una
storia locale distante centinaia di chilometri, mi sarei perso un altro stupendo esempio
di arte sacra medioevale.
Oltretutto questo tipo di lavoro, quasi da detective nel
riconoscimento delle immagini dei santi, mi entusiasma e diverte sempre più.
Il viaggio.
Raggiungere Monte Carasso non è stato per nulla facile, tantomeno lo è
stato per la chiesa di San Bernardo.
Ho pianificato il percorso con la massima attenzione, ponendo in atto
tutti i possibili artifici tecnologici a mia disposizione: carte topografiche, foto aeree
georeferenziate, altimetrie, calcolo dei tempi di percorrenza. Sono partito attrezzato di
tutto punto e con certezze assolute.
Volevo pranzare nel paese: non ci sono riuscito.
Volevo raggiungere il luogo senza sforzi eccessivi: non ci sono
riuscito.
Ho sbagliato sia le strade di percorrenza automobilistica, sia i
sentieri boschivi, trovandomi ad imboccare quello più breve, che significa salire in
verticale (mi si passi lesagerazione) dal paese che si trova a 250 m.
daltezza. fino a raggiungere quota 600 e rotti. Non lo potrei più fare, ma per
questa volta sono sopravvissuto.
Fortunatamente avevo impostato il mio fedele GPS con le coordinate della
chiesa, così almeno a destinazione ci sono arrivato, altrimenti temo proprio che anche
questo obiettivo sarebbe andato perso. Però il GPS mi diceva solamente a quale distanza
la chiesa si trovasse verso il là e non che ci si arriva per di
qua.
Ma il proverbio ben dice chi è causa del suo mal, pianga se
stesso, e quindi non mi posso lamentare, né tantomeno lo devo fare.
Comunque, limportante è raggiungere il paese di Monte Carasso;
poi ognuno potrà scegliere la via che preferisce. Io avrei dovuto optare per la
funicolare, che almeno mi avrebbe portato alla giusta altezza per poi consentirmi di
proseguire in cammino su un sentiero pianeggiante di tutto riposo; così almeno credo,
visto che poi, forzatamente, non ho scelto questa soluzione.
Il paese si trova nella piana di Magadino, in pratica tra Locarno e
Bellinzona, sulla strada che congiunge queste due località seguendo un percorso che si
snoda sulla sponda destra del Ticino, cioè a nord dello stesso; non è la strada che
potremmo chiamare principale, che invece segue un percorso a sud del fiume. La
distanza da Bellinzona è di molto inferiore a quella da Locarno; si tratta di un paio di
kilometri. La chiesa si trova sopra il paese, sullunico versante del monte che lo
sovrasta e cioè a nord, ma non è facilmente visibile dallabitato. Tuttavia diversi
cartelli indicatori consentono un facile orientamento; il punto di riferimento è la
stazione di partenza della funicolare, dalla quale si dirama anche la strada asfaltata che
sale verso i parcheggi che si trovano ad altezza intermedia.
La chiesa è normalmente chiusa, però la chiave è a disposizione dei
visitatori sia alla stazione della funicolare, quando presente il personale, sia in
Comune. Il palazzo comunale si trova in centro, dove una piccola piazza apre la visione su
un monastero, restaurato ad uso di eventi culturali; un tranquillo scorcio di quella
Svizzera che ognuno di noi immagina. Io ho prelevato la chiave in Comune dove ho trovato
una persona di inaspettata cortesia e disponibilità.
Poi ho cercato di raggiungere in macchina il parcheggio che avevo
valutato come essere il più comodo, snobbando luso della teleferica, e mal me ne
incolse. Sono arrivato invece al parcheggio dellacquedotto, da dove parte la via direttissima. Per
fortuna sotto fresche frasche, ma in un giorno di vento gelido ed impetuoso.
E sali, e sali, e sali.
Ed ecco che ad un tratto il sentiero si appiana e compare
dapprima qualche manufatto murario, poi la chiesa.
La chiesa.

Aggiriamoci allesterno.
La costruzione si presenta di chiara impostazione romanica, come altre
costruite appena dopo lanno Mille. Di pietra i muri ed il tetto a
capanna.
La chiesa sorge su un ripiano che domina la pianura verso Bellinzona e
sulla quale un balcone naturale apre la vista su uno splendido panorama.
In questa zona si trovano gli accessi sia al campanile sia alla navata,
attraverso una piccola porta di legno posta sulla facciata esposta a sud, secondo la
tradizione dorientamento dellepoca, quando possibile rispettata. Questa
entrata non è però accessibile.
Già qui si hanno i primi sentori di cosa ci aspetta allinterno.
Sopra la porticina, un affresco ci presenta la figura poderosa di San Cristoforo che, come sempre
appare nella rappresentazione classica, si appoggia ad un lungo e nodoso bastone,
miracolosamente fiorito dopo che ebbe traghettato sulle proprie spalle il Bambino, del
quale peraltro il Santo ignorava la natura divina. Possiamo notare quanto siano accurate
le sfumature del colore, sicuramente volte a ricreare un efficace effetto di plastica
tridimensionalità, ma nel contempo quanto siano vaghe ed esagerate le proporzioni dei
piedi; un fenomeno che potremo riscontrare anche in seguito negli altri dipinti.
Avviamoci ora verso il portone dingresso principale, che è posto
sotto il portico sul fronte ovest.
Il portico esterno.

Sotto il portico, protetto dal tetto a capriata, il visitatore viene
accolto da un imponente affresco che riempie tutta la parte superiore del portone
daccesso.
La prima sensazione è quella di rabbia, nel vedere come il dipinto sia
costellato dai graffiti lasciati da sconsiderati visitatori, e naturalmente mi sono
domandato a quale livello di ignoranza si sia arrivati in questo mondo se nemmeno le opere
darte si salvano dallimbecillità umana. Poi ho osservato con maggiore
attenzione, ed ho scoperto che si tratta di vere e proprie testimonianze depoca, per
così dire. Tra i tanti si legge
chiaramente una nota apposta nel 1793 addirittura da un abate, tale Antonio Sala. Forse
sarebbero anche questi da preservare con accuratezza. Opere di ingenui artisti del turismo
sacro.
Laffresco si impernia al centro con la rappresentazione
dellAscensione del Cristo Risorto, contornato da una nuvola a cornice dalla quale
emergono dei serafini.
Le figure dei santi che si trovano ai lati lasciano qualche dubbio
interpretativo, almeno in due delle quattro raffigurazioni.
Di certo si può riconoscere San Bernardo di Chiaravalle, vestito del
bianco abito della regola cistercense, la barba curata, regge un libro come simbolo della
sua prolifica attività letteraria e si appoggia ad un bastone pastorale di semplice
fattura.
Allestrema destra Maria Maddalena, in una rappresentazione
perfettamente allineata con liconografia classica che la vuole con i lunghi capelli
sciolti su uno sfarzoso abito, mentre nella mano tiene il vaso per contenere
lunguento con il quale cosparse i piedi del Signore.
Ma ora cominciano i problemi. Iniziamo con la figura allestrema
sinistra.
Ho volutamente trascritto il flusso del mio pensiero, così come si è
sviluppato durante lanalisi e la ricerca, soprattutto perché penso che anche ai
lettori piaccia capire come e perché si arriva ad una certa valutazione; in questo modo
ognuno è in grado di approfondire e di indicare dove sia stato commesso, eventualmente,
il mio errore.
Qualcuno ha segnalato che si tratta di San Maurizio, o di San Vittore,
comunque un soldato della Legione Tebea. Io ritengo che vi sia in questo un errore
interpretativo. Gli attributi classici di San Maurizio sono la palma del martirio, la
spada o comunque labbigliamento del soldato, sul petto la croce mauriziana, e lo
stendardo con la croce rossa in campo bianco. Nella nostra figura ritroviamo solamente la
spada, la cui elsa si intravede stretta nella mano sinistra. Con evidenza
labbigliamento non è quello di un soldato, e tantomeno lo stendardo riporta una
croce rossa in campo bianco, bensì proprio il contrario, cioè una croce bianca in campo
rosso, stendardo simbolo dei crociati e degli Ordini Ospedalieri, a loro assegnato da Papa
Innocenzo II nel 1130, ed in seguito concesso ai Savoia ed alla Danimarca. Peraltro
risulta molto curioso il fatto che tra gli Ordini Ospedalieri emerga quello di San
Giovanni di Gerusalemme, poi conosciuto anche come Cavalieri di Rodi, il cui fondatore fu
un certo Mauro di Pantaleone, mercante della Repubblica dAmalfi. E se di lui si
trattasse? Maurizio, Mauro; strane coincidenze. Labbigliamento potrebbe indurre al
riconoscimento di un ricco mercante. La spada gli assegna il compito di difensore della
fede, cui gli Ordini Ospedalieri erano tenuti. Però laureola sul suo capo ne fa un
santo. Ed ancora, perché è avvicinato a San Bernardo? Qualche ricerca ed ecco che appare
un legame ancora più intrigante nella storia dei Savoia. Fu Amedeo III di Savoia, detto
il Conte Crociato, nato intorno allanno Mille, che partì per
partecipare alla II Crociata, voluta e sostenuta con forza proprio da San Bernardo di
Chiaravalle. Il Conte Crociato non arrivò alla meta e morì ancor prima di raggiungere
Cipro. Santificato per volontà popolare, oppure dallartista del nostro affresco?
Peraltro rimane aperta unaltra alternativa, che appartiene anchessa ai Savoia.
Si tratta del Beato Amedeo IX, che come tale ha un diritto, seppur non sempre
concretizzato nelle iconografie, di fregiarsi dellaureola. La sua morte, avvenuta
nel 1472, rientrerebbe nella possibile tempistica dellaffresco. Però a questa
effigie manca un attributo normalmente presente in ognuna delle sue raffigurazioni, e
cioè il collare dellOrdine Dinastico. Ma allora abbiamo anche un altro beato tra i
Savoia, anchesso raffigurato come un giovane di nobile abbigliamento ma senza
collare, e forse siamo proprio nella giusta condizione per procedere ad una
interpretazione quanto più corretta possibile. Si tratta del Beato Umberto III, figlio di
quellAmedeo III Conte Crociato di cui ho detto. Lo stendardo con i
colori dei Crociati e dei Savoia, la spada di difensore della fede, labito
nobiliare, la vicinanza spirituale con i pensieri di San Bernardo. Credo proprio di essere
arrivato alla verità; se non fosse tale, ci sono molto vicino.
Passiamo ora alla figura che nellaffresco si trova
allimmediata destra del Salvatore. Qualcuno vi ha riconosciuto San Bernardino; a mio
avviso niente di più improbabile.
Di questo personaggio possiamo dire una sola cosa certa: si tratta di un
vescovo e Dottore della Chiesa. Lo certificano sia labbigliamento sia il libro che
stringe in mano. San Bernardino non è né luno né laltro. SantAmbrogio
forse? SantAgostino? Questi quelli per eccellenza. Ma chi può dire altro? Posso
solamente fare uno sforzo di immaginazione, valutando gli indizi che ho raccolto durante
questa analisi dellaffresco. A parte la Maddalena, i personaggi si collocano su un
asse temporale che segue di poco lanno Mille; Bernardo di Chiaravalle nasce nel
1090, Umberto III di Savoia nel 1136. Aggiungo poi una certa vicinanza del committente
dellaffresco con le cose del Piemonte sabaudo. Ne ottengo una convergenza
dindizi che indicano come possibile soluzione alla questione la figura di
SantAnselmo dAosta, appunto Vescovo e Dottore della Chiesa, nato nel 1033,
riconosciuto come uno dei più importanti personaggi storici ed ecclesiastici
dellarea piemontese e valdostana. Inoltre nella sua iconografia non vi è altro
attributo se non il pastorale, oltre allabito vescovile, in contrasto con gli
attributi di Ambrogio e Agostino che riporterebbero altri elementi qui non presenti. E
così sia.
Sopra il portone, sullarco è iscritta la data del 1582. Varchiamo
ora la soglia ed entriamo in chiesa.
Linterno.

(vista verso l'abside)

(vista verso l'ingresso)
Su 360 gradi si spazia in una sequenza pressoché ininterrotta di quadri
affrescati con brillanti colori.
A quel punto il detective che si trova racchiuso nel mio io esploratore
ha cominciato a fremere, conscio delle limitazioni imposte dal tempo a disposizione;
dovevo restituire la chiave prima della chiusura degli uffici comunali, e già il
pomeriggio avanzava. Senza indugio, quindi, ho iniziato a fotografare metro per metro
tutto quanto dipinto, raccogliendo ogni immagine degna di un futuro studio nella memoria
elettronica della mia macchina fotografica, cosa che ormai è parte inviolabile del mio
metodo di lavoro.
Iniziamo allora la visita da sinistra verso destra, come nella lettura
di un libro, quantomeno secondo la tecnica occidentale.
Da notare che le figure sono rappresentate non in aderenza stretta con
la realtà episodica della loro vita, ma con un sistema simbolico che le ritrae mentre
mostrano allosservatore ciò che li distingue nella pletora dei santi, ovvero quelli
che vengono definiti più comunemente gli attributi.
(*) Formano
langolo di sinistra due diversi quadri. Nel primo sono ritratti tre soldati; la
spada lo certifica. Il primo mostra le
frecce del suo martirio e per questo è senza ombra di dubbio San Sebastiano. Le altre due figure
si trovano frequentemente in coppia nelliconografia classica, e dando credito alle
indicazioni fornite dai cartigli che si trovano sulla cornice superiore si tratta dei Santi Nazario e Celso. Devo
ammettere che sono rimasto un po meravigliato; se non ci fossero stati i cartigli,
non avrei scelto questa identificazione. Costoro non furono mai soldati, mai
nelliconografia reggono la spada, ed inoltre erano ben diversi in età, cosa che qui
non appare: Nazario, uomo fatto, battezzò Celso ancora infante. Sarebbe stato più
verosimile se si fosse trattato invece dei Santi Gervasio e Protasio, che la tradizione
vuole gemelli, martiri come testimonia la palma che portano in mano e che
liconografia mostra frequentemente sempre assieme ed abbigliati come legionari
romani, comunque con la spada in mano. Probabilmente in questo caso lartista ha
voluto attribuire alla spada un valore simbolico: difensori della fede e non soldati.
Curiosa lacconciatura dei capelli del terzetto, che mi ricorda stili germanici. Da
notare che in questa sezione della chiesa, cioè quella risalente al XV secolo, nelle
immagini dei martiri la palma è sempre completata con una specie di fioritura di oggetti di tono rossastro,
probabilmente datteri, anche se non presentati in grappolo quale nella realtà sono.
Spostiamoci ora sul quadro di destra, dove si riconosce chiaramente San Bernardino da Siena, con il saio
monacale francescano mentre indica, iconografia più che classica, un oggetto circolare di colore rosso
che viene denominato trigramma ed è costituito dalle lettere JHS inscritte in
un cerchio che rappresenta un sole raggiante; lacrostico non ha una interpretazione
certa, ma frequentemente si esprime con Jesus Hominum Salvator. Sul libro che
sorregge con la mano sinistra si legge la frase Pater manifesta nomen tuum
omnibus ossia O Padre, rendi conosciuto a tutti il tuo nome, a
simboleggiare lampia opera di predicazione condotta in vita dal Santo. Da notare il
volto, piuttosto emaciato, che lartista vuole a ricordo della vita di stenti che il
Santo patì, soprattutto con la perdita di tutti i denti.
Ma chi sarà il vescovo
che lo affianca? I vescovi ed i papi sono il mio cruccio. Costoro sono molto
frequentemente raffigurati in assenza di particolari attributi, se non labito con
mitria e pastorale, tanto che lidentificazione diviene quasi impossibile. In questo
caso però ci viene in aiuto una annotazione sulla cornice superiore dove si legge che si
tratta di San Teodolo, una forma popolare per indicare Teodoro vescovo di Martigny. Penso
che sia stato qui rappresentato perché fu in relazione con il ritrovamento dei resti dei
martiri della Legione Tebea, uccisi proprio presso Martigny e riprodotti in alcuni altri
personaggi negli affreschi che si trovano altrove nella chiesa.
Lultima cena.

Procediamo a destra su questa parete che è completamente affrescata.
Il quadro successivo è una interessante rappresentazione
dellultima cena di Gesù con gli Apostoli. E facile la loro identificazione
visto che ogni personaggio è accompagnato da un cartiglio che ne consente il
riconoscimento, anche se la scrittura in caratteri gotici non sempre è di agevole
lettura. La raffigurazione è una classica iconografia occidentale, nella quale prevale
limmagine del momento in cui nasce il rapporto tra Giuda e Gesù con la denuncia di
questultimo del tradimento imminente; per contrasto, la tradizione orientale
viceversa predilige il momento della comunione. Tuttavia in questo caso comunque vi è un
riferimento eucaristico nella presenza di unostia, o più semplicemente di un
pezzetto di pane, tenuta nella mano sinistra del Cristo. La sua mano destra si rivolge verso una figura, cancellata dal
degrado della pittura (o forse, chissà, da unazione voluta) inginocchiata di fronte
alla tavola. Verificando le diciture dei cartigli si scopre che sono 11 quelle degli
apostoli e che tra queste manca proprio quella dellIscariota, il traditore Giuda, ed
è quindi evidente che di lui si tratta. Parlando dei cartigli, mi ha incuriosito una
particolarità alla quale non sono riuscito a dare giustificazione. Il cartiglio di Gesù sembra riportare
la dizione pristus; la conferma che si tratta di una P si ha con la
configurazione del carattere iniziale che è proprio identica a quella del vicino
petrus. Mistero. E molto interessante come il pittore abbia voluto
mostrare in dettaglio quanto compare
sulla tavola: ciliegie, pani semplici e lavorati, stoviglie ed accessori, e gamberi
che sembrano essere alla ricerca di una via di fuga.
Tra la nascita e la morte del Cristo.

Anche il quadro che segue ha misure tali da suscitare rispetto per le
scelte dimensionali, sicuramente nelle richieste del committente. In due quadri
unintera parete.
Il primo riquadro raffigura la scena delladorazione dei Re Magi.
Limpianto è particolarmente dinamico e propone messaggi chiari con lo sviluppo di
elementi non tanto simbolici quanto dazione. La Madonna in trono regge sulle
ginocchia il bambino, che incrocia i piedini in un atteggiamento molto naturale. Dietro il
trono compare San Giuseppe che osserva uno dei doni evidentemente a lui già consegnato in
custodia dal Re Mago inginocchiato in adorazione. Costui, a differenza dei due Magi in
piedi, non ha la corona, che infatti liconografia classica vuole deposta al suolo in
segno di rispetto verso il Salvatore. Interessante anche lo sperone al piede del primo Mago a
sinistra, in questo volendo mostrare come il viaggio sia stato effettuato montando una
cavalcatura. Un cartiglio testimonia quali siano doni e donatori; infatti vi si legge
gaspar fert mirath, melchior thus, baldesar aurum. Su questa frase si
può aprire una parentesi curiosa; si tratta infatti dellinizio di una formula usata
dai medici del tempo per curare il morbo caduco, cioè
lepilessia, nel nome del Signore.
La figura che segue
non è di facile identificazione, soprattutto in ragione della difficoltà di riconoscere
attributi iconografici che siano di sicura collocazione. Qualcuno vuole che si tratti di
SantAnna, ma questa valutazione è stata probabilmente ingannata dal fatto che la
madre di Maria frequentemente viene raffigurata alle spalle della Madonna in trono. In
questo caso non può essere così. Si tratta sicuramente di una figura femminile, ma a se
stante, ben divisa con una cornice dal riquadro dei Magi. Inoltre mostra un ben preciso
elemento che può condurre ad una corretta identificazione; si tratta del rosario che stringe nelle mani. E
forsanche le rocce che fanno da sfondo possono aiutare. In effetti tra questi due
elementi esiste un legame; vediamoli. Fu un predicatore domenicano che diffuse la
devozione al Rosario; il suo nome è Alano della Rupe o, in francese, Alain de la Roche,
vissuto nella centralità del 400. Molte le coeve raffigurazioni in statue e lapidi
funerarie di monne con il rosario nella mani. Ma una rappresentazione in
particolare deve attirare la nostra attenzione, perché è quanto di più simile alla
nostra figura si possa trovare: saio e mantello monacale, la testa velata, la posizione
orante, e poi, il rosario. Si tratta di Santa Margherita da Cortona. Costei era una
terziaria domenicana, vissuta nel XIII secolo, che fondò la Fraternità delle Laudi, uno
tra i primi esempi di diffusione della devozione al Rosario. Che la figura qui dipinta sia
o meno la rappresentazione di questa santa non posso dire che sia assolutamente cosa
certa, anche se liconografia tradizionale ne darebbe conferma, ma se si deve
ricercare la verità la strada da seguire è sicuramente quella del rosario e non quella
della posizione.
Al suo fianco, in un altro riquadro è riconoscibile San Michele Arcangelo, qui
riprodotto in forma di combattente mentre affronta il demonio nellultima battaglia
vittoriosa, così come vuole la descrizione fatta nel Libro dellApocalisse.
Proseguendo, ecco che incontriamo realmente in questo caso la figura di San Maurizio, qui correttamente
riprodotto con la palma del martirio, con la spada la cui elsa si intravede tra la rovina
del dipinto, inserita nella cintura alla destra del Santo, e con lo stendardo con la croce
rossa in campo bianco. E da dire che anche San Maurizio ha un certo legame con i
Savoia, collegamento che abbiamo già riscontrato in altre raffigurazioni della chiesa,
perché a lui essi titolarono un ordine cavalleresco sorto nei primi anni del 400, e
cioè quando i Savoia dominarono sul Canton Vallese dove la venerazione del Santo era
particolarmente diffusa. Oggi San Maurizio è ancora patrono delle famigerate Guardie
Svizzere, oltre che di altri corpi militari. E da aggiungere che la figura potrebbe
comunque rappresentare uno qualsiasi dei soldati delle Legione Tebea, o per simbologia
lintera Legione, che la tradizione vuole composta, tra gli altri, anche da San
Vittore, San Candido e San Essuperio; tutti furono uccisi nei pressi dellodierna
Martigny dopo che si rifiutarono di ubbidire allordine dellimperatore romano
che voleva si facessero sacrifici propiziatori a dèi pagani nei quali naturalmente loro
non credevano.
Laffianca una curiosa rappresentazione di Santa Maria Egiziaca. Pur essendo
normale, secondo tradizione, che venga raffigurata con i capelli biondi lunghi e sciolti,
raramente lo è con questi come unico abbigliamento e tantomeno se ne coprono
completamente il corpo, che peraltro in questa rappresentazione si presume nudo al vederne
i piedi. Per questo motivo la figura riprodotta talvolta viene denominata della
Maddalena penitente, confondendola con Maria Maddalena. Quest'ultima, però,
ha come attributo il vaso dell'unguento, che qui effettivamente non appare.
Nella sequenza è seguita da Santa Caterina dAlessandria,
chiaramente riconoscibile; nella mano sinistra la palma del martirio, regge con la destra
una ruota munita di denti affilati, simbolo dello strumento usato per il suo supplizio. In
realtà la leggenda narra che la Santa resistette alla tortura e morì in seguito
decapitata, perché durante il supplizio la ruota venne spezzata dagli angeli e viceversa
furono gli stessi carnefici che rimasero uccisi.
Il quadro si completa a destra con la raffigurazione delle crocifissione di Cristo. Questa
rappresentazione è interessante perché assolutamente particolare, e ricalca una rara
iconografia diffusa nella sola Italia settentrionale nei dintorni dellanno Mille.
Due le figure chiave, oltre quella del Cristo: la madre Maria a sinistra e lapostolo
Giovanni a destra. Ma la particolarità è data soprattutto dalla forma della croce, che
è priva del braccio verticale superiore, e presenta quindi una forma simile alla lettera
maiuscola T. Questa struttura è tesa a simboleggiare linizio del momento
eucaristico nel Canon Romanus, cioè il Te igitur.
Tutto il quadro è sottolineato, è proprio il caso di dire, da una raffigurazione allegorica dei mesi
dellanno, ciascuno di questi dipinto in toni monocromatici. Sfortunatamente le
parti inferiori degli affreschi sono quelle che hanno subìto maggiormente leffetto
del tempo e, probabilmente, dellumidità, ed è così che questo dipinto si trova in
una zona che ne riduce la visibilità.
Faccio finta di non accorgermi che qui di seguito si trova un quadro
dedicato ad un vescovo, e vado oltre. Cosa ci posso fare? E più forte di me. Mi
sento come un investigatore di fronte al delitto perfetto: nessun indizio. E chiudo gli
occhi per non vedere.
Labside.
(*) Rispetto a
quanto sinora osservato, un completo distacco qualitativo temporale, forse un paio di
secoli, si evidenzia nello stile pittorico dellabside, che raccoglie con maggior
attenzione le ispirazioni del Rinascimento. Diversi i colori, diversa attenzione alle
prospettive, anche se gli elementi sono proposti con una tecnica ancora ingenua.
Una raffigurazione della Crocifissione si estende su uno scenario piuttosto ampio, con uno
sviluppo tale da riuscire nellintento di ingannare locchio
dellosservatore che crede di trovarsi di fronte ad una parete concava, quando invece
il dipinto è affrescato su una parete piana. I contenuti del quadro sono di classica
iconografia; ai piedi della croce la
Maddalena; sulla sinistra la
Madonna con le tre pie donne che la assistono, che il Vangelo di Marco vuole siano
Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome; sulla destra i soldati che si giocano ai dadi la
spartizione della tunica del Cristo.
Sulla volta
compaiono le raffigurazioni, assisi su delle nuvole, dei quattro Evangelisti e di
altrettanti Dottori della Chiesa, seguendo una tradizione rispettata in diverse chiese
romaniche. Ogni figura è riconoscibile per un simbolo ben consolidato
nelliconografia classica, e che le affianca nelle rappresentazioni pittoriche. Per
quanto riguarda gli Evangelisti, il
leone per Marco ed il bue per Luca, laquila per Giovanni e
langioletto per Matteo. Le due vele rimanenti sono completate con i quattro
Dottori della Chiesa per eccellenza. SantAgostino
e San Gregorio Magno con la tiara papale e la colomba ispiratrice, SantAmbrogio con lo staffile a tre
steli e San Gerolamo in veste cardinalizia, infrequente rappresentazione. Infatti in
realtà questultimo non fu mai cardinale; lerrore iconografico si ingenerò
solamente dopo il Trecento ed fu dovuto ad una raccolta di testi sul Santo dove tale
condizione venne erroneamente riportata.
Labside è completato ai lati con quadri le cui pitture sono state
corrotte dal tempo. Si intravedono rappresentazioni che ricordano momenti della vita di San Bernardo e
dei miracoli a lui attribuiti nel
risanare gli storpi.
Sequenze di Santi.
La parete alla destra ci riporta verso lingresso della chiesa. Qui
il lavoro di interpretazione si presenta di tutto riposo, per così dire; quasi sempre ad
ogni immagine viene attribuito il suo proprietario ben evidenziato in un
cartiglio che lo indica.
(*) Il primo
quadro raffigura quattro personaggi maschili. Partendo dalla sinistra, dapprima si
identifica San Bernardo di
Chiaravalle con labito bianco ed il bastone con il quale sottomette ai suoi
piedi una creatura di diabolico aspetto. Lo segue San Nicola di Mira, in abito
vescovile, tiene nelle mani tre sfere doro, simbolo delle tre borse di denari con le
quali salvò tre fanciulle dal disonore al quale sarebbero state condotte dal loro stato
miserevole. Al suo fianco SantAntonio
abate, con la campanella sul bastone ed un porcellino ai piedi; ricordo simbolico
dellattività che veniva svolta dai suoi confratelli, che allevavano maiali
lasciandoli liberi nei dintorni del monastero, ma con un campanellino al collo. Il quadro
si conclude con San Francesco
dAssisi, che mostra le mani afflitte dalle stigmate, veste il rude saio e calza
i sandali sui piedi nudi. Iconografie più che classiche.
(*) Sopra la
porta, che sarebbe lingresso aperto sulla parete esposta a sud della chiesa, vediamo
una rappresentazione che mostra un esempio da sempre univoco nelliconografia, ed
identifica con certezza SantApollonia
nel momento della tortura. I suoi aguzzini, con le tenaglie, le strapparono i denti uno ad
uno per costringerla ad abiurare la religione cristiana. Piuttosto che farlo, la Santa si
gettò spontaneamente nel fuoco di un rogo da loro acceso, e così morì incenerita.
Il quadro successivo rappresenta la Madonna che allatta il Bambino,
assisa in trono. Limmagine è ripresa frontalmente, tanto da mostrare un contrasto
di stile tra il volto della Vergine, solamente delineato, ed il drappeggio morbido e
tridimensionale dellabito. Questo tipo di rappresentazione viene denominata
Maestà della Vergine e lassenza di altri personaggi a contorno mostra
come lartista abbia aderito ad alcuni canoni iconografici di matrice bizantina,
peraltro vagamente riconoscibile nei volti. Con buona probabilità lartista di
questo dipinto è unico nellinsieme degli affreschi.
(*) Procedendo
come ormai dabitudine verso destra incontriamo unedicola con diversi quadri,
sostenuti da un curioso disegno monocromo trompe loeil, che sembra
proiettare blocchi di pietra squadrata verso losservatore. Tra le scene emergono
quelle relative alla vita di San
Nicola di Mira; al centro è riconoscibile lepisodio cui ho già fatto
riferimento ed in questo caso si nota come, a fianco delle fanciulle, compaia anche il di loro padre. Alla sinistra la
rappresentazione di un altro episodio, che ricorda quando il Santo calmò le acque
tempestose del mare salvando dal naufragio una nave ed i marinai che di lui invocavano il
nome. Sulla stessa fascia si riconosce la raffigurazione classica di San Sebastiano, legato ad una
colonna e trafitto dalle frecce scagliate dai suoi aguzzini; in realtà non morì per
questo evento, anzi ne uscì miracolosamente curato da mani pietose; morì in seguito
sotto i colpi della flagellazione impostagli dallimperatore. Alledicola fanno
da contorno due diverse raffigurazioni. Sulla sinistra San Giorgio, in completa armatura,
che con una lancia da torneo trafigge il drago che terrorizzava gli abitanti della città
che si intravede sullo sfondo, tra i quali emerge la fanciulla che richiese laiuto
del Santo; a ben guardare si scopre che costei ha la testa coronata, ed infatti la
leggenda parla di lei come di una principessa. Sulla parte destra invece troneggia in
tutta la sua prestanza fisica San
Rocco, identificabile dal fatto che mostra la piaga apertasi su un polpaccio in
seguito alla sua attività amorevole nei confronti dei lebbrosi, dai quali contrasse
linfezione poi miracolosamente guarita; ai suoi piedi il cagnolino che ebbe
unimportanza vitale nellepisodio, per il fatto che fu proprio la bestiola ad
alimentare il Santo ritiratosi in una caverna durante la malattia, portandogli tozzi di
pane. Anche queste rappresentazioni sono univoche nelliconografia classica, e quindi
di facile interpretazione.
Da questo punto in poi si rientra sulla linea temporale del XV secolo,
cui questa parete appartiene.
(*) Il quadro
che segue racchiude in sé lelemento che mi ha consentito di venire a conoscenza di
questa chiesa. Si tratta della figura centrale, polimorfa, che rappresenta la Trinità: il Padre, seduto in
trono, sostiene la croce sulla quale è crocefisso il Figlio e sulla quale è posata la
colomba dello Spirito Santo. Questa è una particolare raffigurazione di derivazione
bizantina e viene denominata Trono di Grazia, consolidandosi in Europa solo
dopo il XII secolo. Ho trovato questa identica tipologia iconografica studiando gli
affreschi della chiesa di Santa Marta a Sondalo, ameno paese in provincia di Sondrio
nellAlta Valtellina. Durante le analisi sono stato indirizzato dalla lettura di un
testo redatto diversi anni addietro da uno storico locale, che nel descrivere gli
affreschi riferisce dellesistenza a Monte Carasso di una configurazione del tutto
simile. Ed infatti è proprio così. E devo soprattutto ringraziare questo legame
descrittivo se sono riuscito a scoprire la chiesa di San Bernardo. Vediamo la altre figure
del quadro. Allestrema sinistra ritengo che ormai tutti siano in grado di
riconoscere nella tenaglia con il dente lattributo di SantApollonia. Al suo fianco
è San Lorenzo, che regge nella
mano destra uno strano oggetto;
molto ricorda le moderne gratelle che, poste sul focolare, consentono di passare momenti
di convivialità genuina cuocendo le vivande al calore delle braci roventi. Ed il suo
attributo è effettivamente una graticola, ma per il Santo la verità dei fatti fu più
drammatica, perché fu lui stesso ad esservi posto dai suoi carnefici, che si incaricarono
di rigirarlo a suon di colpi di forcone. Che sia un martire è anche testimoniato dalla
palma che reca nellaltra mano. Spostandoci allestrema destra del quadro è
sufficiente leggere ciò che è scritto nel cartiglio, cioè [e]cce agnus dei
ecce qui tolit peccata mundi per riconoscere la frase liturgica che fa
attributo per San Giovanni Battista,
qui riprodotto scalzo ed in modesti abiti. E inoltre interessante notare in questa
figura altri elementi che si ritrovano nelliconografia del Santo, ovvero il mantello
rosso, simbolo del martirio, ma soprattutto la veste, che si intravede nella
scollatura e che tradizione vuole che sia composta da peli di cammello, gli unici animali
che con lui condividevano la spartana vita nel deserto. Resta una figura, in abito
vescovile. Non fosse scritto sulla cornice che si tratta di San Martino, vescovo di Tours, non
avrei saputo proprio come identificarlo. E lamaro destino verso cui si
indirizzano le immagini dei vescovi e dei papi nelle mie ricerche. A conforto, ho notato
che molti altri condividono con me questo problema.
(*) Una
finestra separa lultimo quadro della parete, una schiera di santi e sante alternate
nel più rigoroso dei bon ton, probabilmente raccolti assieme a protezione dei
fedeli contro i mali e le disgrazie il cui contrasto è a loro attribuito. Abbiamo già
visto come in questa zona non è più da chiedersi di chi sia limmagine
dipinta, ma piuttosto perché lo sia in quel modo. Lartista ci dice il
nome, ed a noi non resta che il compito di confermarlo, in base a quello che vediamo.
Per primo si ritrova nella bianca veste San Bernardo di Chiaravalle. In un
primo tempo non avevo notato una curiosità di questa figura: dal bastone che regge nella
mano sinistra scende una catena che scompare oltre langolo del vano della finestra.
Se si segue il percorso della catena oltre quellangolo si scopre dipinto un povero diavolo, nel senso
letterale della parola, con lo sguardo terrorizzato negli occhi piangenti e con la lingua
sporta nello spasmo dello strangolamento, cui cerca di porre rimedio con la mano a zampa
di porco. Sembra quasi di sentirlo dire, con voce fievole ed arrochita, Per favore,
aiutatemi! come fosse lui il buono e Bernardo il cattivo; le lusinghe del Maligno.
A fianco di San Bernardo troviamo la figura femminile indicata come
Santa Liberata. Qui è opportuno fare un piccolo appunto, perché di sante con questo nome
ne vengono venerate almeno due; la prima nacque da un parto di ben nove gemelli, ma il suo
culto venne consacrato solamente alla metà del 500 ed in terre lontane; la seconda,
invece, è di origini vicine tanto da essere indicata come Santa Liberata da Como, città
nella cui cattedrale tuttora si trovano parte delle reliquie, lì custodite sin dal 1317.
Non vi sono attributi evidenti nella figura, se non labito monacale ed il libro, ed
è per questo motivo che è possibile pensare, senza alcun ragionevole dubbio, che si
tratti proprio di questultima, Santa Liberata da Como.
Laffianca San
Defendente, che da buon soldato impugna una mazza ferrata e con laltra mano
sostiene la spada. Anchegli faceva parte di quella Legione Tebea che abbiamo
incontrato in altri punti della chiesa, primo fra tutti nellimmagine di San Maurizio
che comandava proprio quella legione militare.
Al suo fianco Santa
Lucia mostra il piattino dove sono deposti gli occhi che lei stessa si cavò per
sfuggire ad un matrimonio non voluto; uniconografia ben consolidata dopo il XIV
secolo. Non sono riuscito a comprendere, né peraltro ho trovato alcun riferimento
meritevole di attenzione, quale sia il significato delloggetto che stringe nella mano
destra e che sembra essere una specie di fuso da tessitore. Sarebbe comprensibile se
fosse una lampada, simbolo della luce così come appare nelle prime immagini della Santa,
oppure il pugnale con cui fu uccisa, che qualche immagine mostra conficcato in gola, anche
se in realtà la tradizione vuole che fosse morta decapitata. Mistero.
Proseguendo incontriamo Santo Stefano, chiaramente
riconoscibile dallabito diaconale e dalle pietre poste sulle spalle e sulla testa, a
simboleggiare la morte cui andò incontro infertagli per lapidazione.
Il quadro si chiude con SantElena, madre
dellImperatore Costantino. La croce che sostiene è il ricordo dellepisodio
più significativo della sua vita quando, facendo scavi sul Golgota, riuscì a trovare la
croce che servì alla crocefissione di Gesù.
Unimmagine, un cartiglio, lidentificazione, gli attributi,.
Come già detto, una parete di tutto riposo.
(*) E chiudiamo
il periplo della chiesa con lultimo quadro, che racchiude un trio incentrato sulla
figura di Santa Margherita o, per seguire il cartiglio, Santa Margarita. Anche in questo
caso ci sarebbe di che disquisire, visto che diverse sono le sante con questo nome. Ci
viene perciò in aiuto il terribile drago. Qui il pittore ha compiuto un notevole sforzo
compositivo nel voler rappresentare così bene lepisodio miracoloso che è il fulcro
della biografia di Santa Margherita
dAntiochia, talvolta chiamata anche Santa Marina. Il drago sembra avvinghiato ai
piedi, ma non è così. Secondo quanto riporta la tradizione, la Santa venne inghiottita
dal demonio in sembianze di drago, ed ecco che nellimmagine si vede ancora un pezzo
della veste della Santa che fuoriesce
dalla bocca orrendamente dentata. Ma la Santa si salvò squarciando con la preghiera
il ventre del drago e fuoriuscendone illesa, proprio come si vede nella raffigurazione del
dipinto.
Le altre due figure maschili non potrebbero essere riconosciute in alcun
modo se non vi fosse il cartiglio indicatore. Lunica cosa certa è che si tratta di
soldati, a motivo della spada che reggono, e di martiri, come testimonia il ramo di palma.
Nullaltro. A sinistra è San
Mamete, che già nel nome trova una vasta possibilità di discussione. Infatti viene
conosciuto dapprima, in arte bizantina, come Mamas, poi con vari nomi similari,
tantè che è statisticamente più conosciuto come San Mama di Cappadocia,
soprattutto nelle regioni del nord est. Peraltro è da dire che il catalogus sanctorum
della fine del 400 lo riporta proprio come Mamete, ma solo nelle schede biografiche
perché negli indici è invece citato come Mammes. Poveruomo, un vero alias
vivente.
Nessuna frase è più idonea a rappresentare il mio pensiero se non la
famosa non cè pace fra gli ulivi. Pensavo di trovarmi ormai in una zona
di rilassante analisi, di sicura interpretazione, di piacevole relazione con le immagini.
Niente di più ingannevole. E pensare che siamo allultimo personaggio. Dice il
cartiglio S guidus; facile, San Guido. Già. Non fosse che di santi con questo
nome ce ne sono almeno una mezza dozzina ed altrettanti sono i beati (ma di
questultimi non ci occupiamo). Limitiamoci ai santi. Anche si dovesse valutare la
loro posizione sulla linea temporale, ci accorgeremmo che tutti vissero intorno
allanno Mille, secolo più, secolo meno. E quindi nulla di significativo. Ci
accorgeremmo anche che nessuno di essi fu soldato, e qui abbiamo la spada come attributo.
E quindi nulla di significativo. Anche la palma che lo identificherebbe come martire non
sembra aiutarci; nessuno è stato realmente martirizzato, però tutti compaiono nel
Martyrologium Romanum. E quindi nulla di significativo. Proviamo allora a
proseguire sulla linea delle esclusioni, se possibile. Io toglierei dallelenco dei
probabili quelli che furono vescovi, perché abbiamo già visto che in questa zona della
chiesa le immagini di vescovi sono raffigurate con labito che a loro compete, e non
è questo il caso. I vescovi sono solo un paio, anche se di rilevanza come San Guido
dAcqui. E quindi nulla di significativo. E allora? Rimangono abati, che sarebbero
rappresentati con una casetta in mano, e pellegrini, che avrebbero il bastone a sostegno
del loro andare. Insomma, da qui non si esce. Rimane solo da pensare che costui non si
chiami propriamente Guido. Ho iniziato quindi una di quelle ricerche che io chiamo a
percorso libero, dove il sostegno informativo è dato dallo stravagante e variegato
mondo di Internet, la cui peculiarità riconosciuta è quella di fornire, se non altro,
almeno un valore statistico a quanto trovato. Forse poco scientifico come metodo, ma
talvolta efficace per chi sa porre in atto filtri e schermi sui risultati, cercando di
eliminare quanto più possibile di quello che i tecnici chiamano rumore di
fondo. Dapprima ho cercato di verificare se il termine San Guido fosse
correlato con qualche altro nome. In realtà avevo già riscontrato che tra quella mezza
dozzina di cui ho detto era elencato San Guido di Pontida che non mi aveva interessato
perché abate, per nulla martire, e tantomeno soldato. In un documento telematico, però,
compare con unindicazione che porta a pensare che fosse conosciuto anche con il nome
di Vito, tantè vero che la sua storia è ricordata dalla Chiesa in associazione con
un suo compagno di vita di nome Alberto, peraltro soldato, appunto in accoppiata come
Santi Alberto e Vito. Collegamento per collegamento, sono andato a verificare
chi fosse San Vito, ed ho scoperto che lui sì è martire e soldato, e la sua iconografia
lo riporta frequentemente in abito militare e, naturalmente, con la palma. E allora? Se
dessimo credito alla dicitura del cartiglio si potrebbe pensare che si tratti di San Guido
di Pontida, che lartista ha confuso nellarte militare con il suo compagno di
martirologio, però lo avrebbe pure confuso tra i martiri. Improbabile. Sono più propenso
a pensare che veramente ci troviamo di fronte allimmagine di San Vito, martire in
età adolescenziale, e che leventuale confusione sia solamente localizzata nel nome
esposto nel cartiglio. Forse allepoca Vito si scriveva anche come Guido, che sembra
avere origine nel longobardo Wido. Ma allora da questa indicazione si potrebbe ancora
ripartire, visto che con questo nome sembra che si firmasse San Guido vescovo di Acqui.
Collegamenti nello spazio virtuale, legami circolari, algoritmi mentali. Meglio fermarsi.
La questione mi lascia ancora molti dubbi aperti allindagine. Chissà, forse una
nuova linea di studio da percorrere scavando nel mistero delle ragioni dartista o di
committente di diversi secoli fa.
Ho lasciato la chiesa, non prima di aver salutato limmagine del Cristo sepolto e risorgente, cui gli
angeli offrono la protezione di un manto riccamente decorato.
Sono uscito ed ho chiuso il portone accuratamente, accertandomi che la
chiave abbia eseguito correttamente il suo compito, affidando alla serratura la custodia
inviolabile di un gioiello di storia dellarte religiosa.
Ho riguadagnato la luce del sole, immergendomi nuovamente nella silenziosa atmosfera dei luoghi e
nello splendore della limpida giornata di vento.
Una discesa che mi è sembrata ben più corta della salita, ed ho
riconsegnato la chiave in Comune nei tempi previsti, allontanandomi con un prezioso tesoro
di antiche immagini racchiuso nella moderna memoria elettronica della mia macchina
fotografica.
Mi aspettava un duro lavoro. Me ne sono accorto. Questi i risultati.
