L'Oratorio dei Santi Stefano e Lorenzo a Pedrinate:
la Romanicità al confine italo-sizzero

testo e foto di Ferruccio C. Ferrazza

(visita effettuata nel settembre 2007)

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Introduzione

Non proprio un viaggio; più che altro una passeggiata, breve, a pochi chilometri da dove vivo.

Un pomeriggio di svago, insieme ad un amico che frequentemente mi accompagna in queste brevi esplorazioni locali.

Il fedele jeeppino, l’inseparabile GPS, un’idea dei luoghi da ricercare, la quasi certezza di non concludere nulla, ma senza alcun affanno.

Nel mio peregrinare per la ricerca dei luoghi che hanno costituito la “Linea Cadorna” a difesa del confine italo-svizzero, percorrendo strade secondarie tra le colline moreniche delle prealpi varesine e comasche, nelle vicinanze di Como avevo già da tempo intravisto da lontano un edificio proprio sulla cima di una montagnetta, posta a sud sulla vista della piana di Chiasso. Inizialmente avevo ipotizzato che si trattasse di una struttura in qualche modo legata alle attività militari per le quali i Romani occuparono tutti i punti più elevati sul territorio dei loro movimentati confini, sempre in espansione; non per caso molte sono le torri di avvistamento tuttora solidamente presenti nella zona, come quella del Baradello sopra Como o del colle di San Maffeo a Ròdero, di cui ho parlato in altra sede proprio in relazione alle postazioni della “Linea Cadorna”.

In realtà non sapevo nemmeno se quel punto di interesse fosse localizzato in Italia oppure in Svizzera.

I rilevamenti ottenuti dal GPS durante i transiti nella zona, con l’aggiunta di qualche triangolazione visiva, mi avevano comunque confermato che la posizione si trovava molto vicino al confine tra i due stati, ma in territorio elvetico. Un’indagine cartografica, ed ecco identificato il luogo con una piccola chiesetta in località Pedrinate, un ex comune autonomo, ora frazione di Chiasso, sede di un valico turistico. L’edificio sacro è l’Oratorio dei Santi Stefano e Lorenzo.

 

 

Pedrinate.

Facile da raggiungere provenendo sia dalla Svizzera, attraverso Chiasso o Mendrisio, sia dall’Italia, lasciando la via “Garibaldina” (tra Olgiate Comasco e San Fermo della Battaglia) a Drezzo per prendere verso nord, l’abitato di Pedrinate è composto da poche case.

Su di queste però si distingue un palazzo forse settecentesco, decorato esternamente con finte imposte e con motivi settecenteschi, che ho saputo poi appartenere agli Stoppani, famiglia di illustri medici. Una ricerca che ho voluto condurre più per curiosità che per altro mi ha portato a scoprire una registrazione d’archivio dell’Università di Bologna, deve si evidenzia che un certo Luigi Stoppani di Pedrinate, il 18 novembre del 1873 chiedeva di essere ammesso al IV anno del corso di medicina e chirurgia avendo concluso il III anno all’Università di Pavia.

Proprio a fianco del palazzo inizia il percorso in lieve salita che porta alla sommità del colle, con una strada che correndo sulla costa affascina per l’ampia veduta da una parte lungo le brevi valli che attraversano il confine nazionale, con i pendii rigogliosi di vigne, e dall’altra sulla piana tra Mendrisio e Chiasso, racchiusa dalla cornice dei monti Generoso e Bisbino.

Tra il paese e la chiesa, che si trova a circa 500 metri di altezza, la distanza non raggiunge, seppur di poco, il chilometro. Una bella passeggiata.

 

 

La chiesa.

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E’ stato un vero colpo di fortuna se ho potuto entrare nella chiesa. In paese mi sono soffermato alla ricerca di qualcuno che mi potesse assicurare che la visita fosse possibile. Nel deserto di un pomeriggio dove tutti sono sui luoghi di lavoro, trovo solamente due persone intente alla manutenzione di un giardinetto. Chiedo a loro. Uno dei due, il custode delle chiavi. Entusiasmante.

Ci facciamo accompagnare e raggiungiamo la chiesa.

Non fosse per il panorama, dall’esterno non mi si prospettano elementi di interesse; recenti le ristrutturazioni, recenti le tecniche di manutenzione, recenti le strutture architettoniche, recenti le componenti edilizie. Non trovo la storia che mi aspettavo.

Entro, e mi ravvedo.

Appena superata la soglia dell’ingresso orientale (siamo quindi sul retro dell’abside, nella sagrestia), mi trovo di fronte ad un muro di chiara origine romanica, dove una finestra stretta e verticale lascia intendere che stiamo osservando quanto rimasto di una originaria struttura risalente ai primi insediamenti cristiani nella zona, forse di poco precedenti il Mille; questa posizione sull’asse temporale è testimoniata in altri luoghi sacri nei dintorni, per esempio nel Santuario dell’Assunta di Drezzo, a non più di 2 chilometri in linea d’aria.

Mi domando cosa potrebbe apparire se si riportasse in luce, con un coraggioso intervento di restauro, tutta la struttura muraria retrocedendo al quel periodo, come, per esempio, è stato fatto per San Vincenzo in Castro a Pombia (di cui un giorno o l’altro mi deciderò a scrivere).

Nella parte di muro restaurato con intonaco recente sono incastonate due piccole lapidi in cotto, in pratica due tegole, sulle quali sono riportate in rilievo, scrivendo forse con un sottile filo di cemento, le date di precedenti interventi edilizi e la firma degli artefici; in uno leggo con chiarezza l’anno 1524 e nell’altro, meno chiaramente, il 1660.

Per accedere alla sala percorro un breve corridoio al cui inizio troneggiano le statue dei santi cui è dedicata la chiesa: i Santi Stefano e Lorenzo. Il mio accompagnatore mi rivela una zona, nascosta da un cassettone, dove è incastonata una parte del pavimento originale romanico in cotto, che ancor più conferma l’età millenaria della costruzione. Non mi meraviglierei se si scoprisse che in effetti l’edificio sia stato impiantato su una preesistente torre romana di avvistamento; la mia prima ipotesi. Al termine del corridoio, un dipinto di pregevole fattura, datato 1771, ricorda un tragico evento dal quale, evidentemente, il committente del quadro è uscito indenne per intercessione della Vergine e del Bambino che respingono il diabolico Male.

Entro nella sala illuminata dal sole pomeridiano che penetra da occidente, secondo i metodi classici di orientamento degli edifici sacri, attraverso un semicerchio vetrato. Due finestre completano la controfacciata, arredata con due crocifissi sui quali risplendono alcune superfici trattate a specchio, poste ad impreziosire l’effige del Salvatore secondo canoni bizantini.

La struttura della chiesa è a navata singola, coperta da un tetto a travoni in legno e rivestimento di cotto, e si completa ad oriente con un abside di forma rettangolare e di stile che a me sembra ricordare il barocco. Nulla a ricordo dell’abside circolare che si nasconde nel retro.

Su una parete, una lapide datata 1651 ci ricorda che la moneta corrente ai tempi era la lira milanese, e con il versamento annuo della somma di 300 di quelle lire si vincolava un sacerdote per le sue opere religiose nella chiesa. E che venga cacciato se non adempirà.

L’intonaco moderno ha coperto le pareti, ma alcuni affreschi sono stati previamente recuperati ed esposti, seppur non nella loro posizione originaria.

In uno di questi si vede l’effigie di Santa Marta, riconoscibile dagli attributi classici del secchiello per l’acqua santa e dell’aspersorio. Ai piedi, in venerazione, alcuni personaggi rappresentano la Confraternita dei Disciplini, riconoscibili per l’abito bianco che nasconde completamente tutto il volto con il cappuccio sormontato da una croce rossa. Raro questo accoppiamento, che personalmente ho trovato solamente nella chiesa di Santa Marta a Sondalo, in un affresco che specificamente rappresenta il momento della sepoltura della Santa. Talvolta, infatti, i Disciplini sono anche identificati come Confraternita della Buona Morte, con questo significando la loro azione spirituale di accompagnamento nel momento del trapasso estremo. Peccato che il volto della Santa fosse affrescato su una pietra, caduta poi nella fase di recupero dell’affresco. Visibili i segni dello scalpello di colui che, con questa azione dirompente, volle consolidare la presa dell’intonaco che ha ricoperto e celato nel tempo la pittura.

A fianco, ricco di colore, l’altro affresco raffigura la Madonna in trono con il Bambino in grembo; un’iconografia molto ricorrente nella tradizione cristiana. In questo caso, però, la Vergine tiene nella mano destra un mazzo di chiavi, e questo ne fa una rara immagine con questo attributo. Ho trovato questo accoppiamento solamente in un testo ottocentesco inglese sugli attributi dei santi, senza peraltro che se ne specificasse l’interpretazione.

Sulle altre pareti vedo solo dipinti, peraltro interessanti.

Vedo una Deposizione, un Battista riconoscibile per la dicitura “ecce agnus Dei” posta sul bastone crociato e per l’agnello che riposa ai suoi piedi, un’immagine di Santa Marina d’Antiochia (detta anche Margherita) che riconosco come tale perché soggioga il drago; di rara bellezza la luce interiore che sembra emanare dal volto della Santa.
Il tempo è tiranno, e mi affretto verso l’altare. Tra un’ora affluiranno i fedeli per un rito di Novena.

Un grande dipinto è posto sul retro dell’altare, sulla parete dell’abside piano. Verso l’immagine della Vergine e del Bambino si rivolgono due figure, l’una maschile e l’altra femminile. La figura maschile sulla sinistra raffigura Sant’Antonio da Padova, riconoscibile per gli attributi del giglio e del libro. La figura femminile sulla destra è di più difficile interpretazione. L’abito monacale può condurre sia a Santa Clara, fondatrice delle Clarisse, sia a Sant’Angela Merici, fondatrice delle Orsoline. Personalmente sono propenso a considerare valida quest’ultima alternativa. Difficilmente Santa Clara è raffigurata senza l’ostensorio, suo attributo distintivo. Pur non frequentemente, esistono dipinti con la coppia formata da Sant’Antonio e Sant’Angela Merici. Inoltre questa santa è ricordata per le visioni della Madonna che l’hanno accompagnata per tutta la vita. Mi sembra proprio che la sua raffigurazione abbia lo sguardo contemplativo delle sacre veggenti. Noto solo io la rassomiglianza nel volto con quello del dipinto di Santa Marina d’Antiochia?

Intorno alla parte centrale del dipinto fanno cornice alcuni medaglioni, che in senso orario raffigurano alcuni momenti della vita del Salvatore.

Lasciamo la chiesa.

Sulla soglia incontriamo un ospite raccolto in una posizione che ricorda quella di chi, prono, è immerso nella preghiera. Non si cura di noi. Prosegue nella sua meditazione, al parere sonnolenta. Non lo disturbiamo oltre. Lui dorme come un... Lo lasciamo nella pace del luogo sacro. Anch’esso è una mirabile opera dell’Onnipotente.

 

Nota:
devo esprimere il mio più sentito ringraziamento a chi, custode delle chiavi, con rara cortesia e disponibilità ha consentito a me ed al mio amico di accedere in tutta tranquillità all'interno della chiesa, aiutandoci a comprenderne la storia oltre che a permettermi di diffondere la conoscenza del luogo con questo mio breve lavoro.

 

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ISSN 2284-3620

Ultimo aggiornamento: 19 aprile 2016