Combo:
Sant'Antonio Abate
o del
Santo Crocifisso
testo e foto di Ferruccio C. Ferrazza
(visita effettuata nell'agosto 2008)

IL BORGO DI COMBO.
Combo, in Italia. Un luogo che tutti conoscono ma che nessuno sa che
esiste. Le pendici del monte che lo sovrasta sono state immortalate e rese famose da
riprese televisive che hanno raggiunto tutto il mondo, seguite da milioni di amanti degli
sport invernali, campionati mondiali di sci e coppe del mondo di discesa libera. Ma
nessuno sa che gli atleti accolgono labbraccio degli sportivi al termine della loro
gara, il momento più entusiasmante di ogni evento agonistico, a Combo. Ma nessuno sa che
esiste. Qualche lettore obietterà che forse non sono uno sportivo dello sci, e che quindi
ho le idee un po confuse; mi dirà che in Italia le gare di interesse mondiale si
sono tenute a Bormio. Non lo riferirò agli abitanti di Combo, ché forse mal me ne
incoglierebbe. Quando esistono due campanili, esistono due località; un assunto di
cultura popolare. E le gare di sci arrivano a Combo, che ha un bel campanile, e non a
Bormio, che ha un altro campanile (a dir il vero più duno).
Ma anche gli abitanti di Bormio, naturalmente quando non si parla di
gare mondiali, hanno le loro velleità campanilistiche. Combo, che dista da Bormio la
misera larghezza del torrente Frodolfo, peraltro baluardo naturale tra i due territori, è
indicato con un semplice jò de léj, ovvero giù di là, come dire
da quella parte che non ne so altro.
Mi scusi, mi indica come posso andare a Combo?
Jò de léj
E noi ci andiamo proprio, a Combo, ed al suo campanile, perché anche
questo ha una storia come quella dei mondiali di sci: nessuno sa che esiste. Ma prima di
tutti attraversiamo il torrente.

LA CHIESA DEL CROCIFISSO
Troviamo la chiesa proprio al centro del borgo antico. Si
affaccia su una piazza tuttora impreziosita da un lavatoio pubblico che da sempre si trova
lì, anche se ricostruito di recente, luogo ideale per labbeverata di uomini e
animali di ritorno dalle fatiche del camminar per monti. A completamento, fanno da sfondo
naturale i nevai perenni sulle cime più alte delle valli retiche.
La facciata è spoglia di attrattive. Dalla moderna e grigia
intonacatura emerge il contorno in pietra grezza del portone dingresso, sovrastato
da una lunetta il cui dipinto interno, eroso dal tempo, mal sintravede nella
rappresentazione del Cristo in croce.
Un passante non si fermerebbe, se non attratto dalla tentazione di adagiarsi al riposo sulla provvida
panca, per godere della luce e del calore del pieno sole pomeridiano.
Se non entrasse, commetterebbe un errore. Noi non lo faremo.
LINTERNO

Appena entrati, ci si accorge di quanto sarebbe stato perso non lo
avessimo fatto. Linterno
è completamente affrescato in una composizione di brillanti cromatismi decorativi e
di immagini di vita. In seguito avremo modo di scoprire come questo lavoro sia stato il
frutto del susseguirsi, strato su strato, di illustrazioni sacre proposte dal procedere
dei tempi e degli eventi, storici per la zona.
Per questo motivo, come in molti altri esempi di chiese romaniche, è
opportuno leggere con attenzione quanto gli artisti (o i committenti, chi può
dirlo?) hanno voluto proporre, insegnare, comunque tramandare con i loro affreschi. E come
per i libri che noi occidentali siamo abituati a maneggiare, partiamo da sinistra e
procediamo verso destra.
Nella parete di
sinistra abbiamo modo di constatare facilmente come le strutture applicate
nellammodernamento rinascimentale abbiano letteralmente tranciato i quadri pittorici
delloriginario impianto medievale, rendendone impossibile la lettura; per un verso
le lesene verticali e per
laltro le discese appuntite dei sostegni di volta hanno fatto
scempio delle memorie del passato più lontano. Sono superstiti i frammenti dimmagine che
testimoniano di uno sfarzo demolito, occluso, cancellato, definitivamente perso, ma sui
quali ancora vive il segno
dellartista, dove io non rilevo altro di leggibile se non un de
tirano, e del suo tempo,
simboli che ci riportano indietro nei secoli: siamo nel 1472.
Però da questo insieme pressoché illeggibile, e forse proprio per questo motivo, emerge
con una sorta di prepotenza figurativa il ritratto di un santo. Il suo
sguardo, che lartista ha reso leggermente strabico, ci osserva con un velo di
rimprovero, ma la sua mano ci benedice, tollerante dei nostri comportamenti terreni. Al
polso ha legata una campanella, nellaltra mano regge un argenteo bastone pastorale;
questi due elementi farebbero riconoscere in lui SantAntonio abate, cui la chiesa è
peraltro specificamente dedicata, anche se è più conosciuta come chiesa del Santo
Crocifisso. Certo è che questa immagine racchiude in sé alcuni aspetti che mi
suscitano curiosi interrogativi. La configurazione, fosse effettivamente quella del Santo,
sarebbe più unica che rara. Per prima cosa è da rilevare che in tutto il territorio
bormino non vi sono immagini di Antonio (e moltissime se ne trovano anche in affreschi
murali, dei quali tratterò ben presto) dove sia rappresentato con la calvizie ed il
capello nero; è sufficiente aggirarsi per questa chiesa per averne una conferma, seppur
numericamente limitata. Normalmente è raffigurato con una pur rada capigliatura e con una
folta barba, entrambe di colore candido. In secondo luogo il bastone; questo dovrebbe
avere una caratteristica specifica, come è normalmente riportata nelle pitture di ogni
epoca, che è costituita dalla parte superiore a forma di T. Non solo, ma nei rari casi in
cui il bastone termina, come in questo caso, con un prolungamento di un quarto di cerchio,
antica simbologia del drago crestato, lo è per sostenere la campanella appesa. Pur non
essendo possibile vedere in questa immagine altri se non il nostro SantAntonio,
tuttavia è da considerare che ci troviamo di fronte ad un raro esempio iconografico,
soprattutto se correlato con la tipologia narrativa proposta nellambito
territoriale.
Continuando il percorso sulla parete, questa termina oltre la porticina
laterale dingresso con la parte inferiore di un affresco che raffigura la crocifissione del Cristo, la cui
immagine però è praticamente inesistente. Pur in un disegno piuttosto ingenuo, dove le
proporzioni dei singoli componenti del corpo umano non sono rispettose della realtà, per
contrasto il panneggio degli abiti mostra un risultato assolutamente pregevole, in
particolare per Giovanni che sembra realmente vestito di raso vermiglio. La
rappresentazione scenica è classica; alla sinistra la Madonna implora e piange ed alla
destra Giovanni è affranto dal dolore. Ma osserviamo nel dettaglio il volto della Madre;
notiamo come le lacrime siano poste
in evidenza con un colore scuro. Viene da pensare che lartista abbia voluto
mostrare quello che avviene tuttora nella realtà, e cioè come le lacrime sciolgano i
pigmenti con i quali le donne sono solite delineare il contorno degli occhi; una pratica
millenaria testimoniata con ampia evidenza soprattutto dalle pitture e dai reperti
lasciati dagli antichi egizi, e quindi sicuramente in voga anche nel nord africa
palestinese ai tempi evangelici. E poi, osserviamo i piedi di Gesù; sono innaturalmente
incrociati verso linterno, ma non appoggiano su alcuna mensola, alla cui presenza
invece farebbe pensare la postura e la piega del ginocchio, né tantomeno vi sono i segni
del chiodo e della relativa perforazione. Forse che gli angeli, che si intravedono nella
parte superiore del dipinto, stanno già sollevando il corpo per poi deporlo ai piedi
della croce? Chi può dirlo. Una curiosità che ci rimarrà per sempre, la cui soluzione
è scomparsa nel vuoto nulla creato dal rinnovato grigiore di un intonaco, suo malgrado,
irriverente.
Siamo arrivati allarco absidale. Verso laula, ad angolo con
la parete che abbiamo appena terminato di osservare, un riquadro mostra nella tecnica
del disegno, nella pittura e nel contesto della scena un significativo ed evidente salto
nel tempo. Il medioevo lo abbiamo lasciato, qui inizia il Rinascimento. E
liconografia stessa che lo dimostra, con una più ampia libertà di rappresentazione
rispetto ai rigidi e ripetitivi schemi dettati dai maestri del romanico. Non più cornici
con motivi geometrici, ma contorni darchitettura che in tempi più recenti saranno
identificati dal termine trompe loeil, come egregiamente esemplificato in
questo affresco. Vi è raffigurato un episodio cardine, in assoluto il più conosciuto,
della vita di Santa Caterina dAlessandria quando fu sottoposta ad una tortura
tecnologica; una macchina, costruita appositamente per lo scopo, avrebbe
dovuto dilaniarne il corpo per mezzo di ruote dentate poste in movimento opposto tra loro.
Ma lintervento di un angelo rese vano limpegno dei carnefici; non solo, ma
proprio fra costoro e tra i presenti linviato del Signore fece una vera e propria
carneficina: la leggenda parla di quattromila morti. Caterina si salvò, ma fu una grazia
temporanea e durò poco tempo; in breve venne decapitata. Nellaffresco, tra gli
astanti che mostrano il terrore nello sguardo e nel volto, è interessante notare la
figura sulla destra; calza un turbante, la mano sinistra sullelsa di una spada, con
la destra volge lindice verso la Santa. Consideriamo come prima cosa che questo uso
della mano e dellindice per portare lattenzione di chi osserva verso
lelemento principale della scena, o comunque verso un particolare importante, ci
conferma una collocazione temporale cinquecentesca. E poi valutiamo come probabile il
fatto che il personaggio ritratto sia Massimino, cesare delloriente romano, che
liconografia pone frequentemente in posizione di osservatore; fu appunto con costui
che Caterina sviluppò tutta una disputa teologica sui valori del cristianesimo,
scatenando con le sue parole lira dei sapienti pagani e la conseguente condanna a
morte. È interessante notare come nel dipinto, anche per posizione, spicchi
limpassibilità un po estatica che traspare dal volto di Caterina, forte nella
sua convinzione cristiana e nella certezza dellintervento salvifico del suo Sposo,
cui aveva votato lintera esistenza.
Siamo così giunti nella zona più seducente sotto
laspetto pittorico; ogni superficie, piana o curva, è dipinta con colori vivaci che
compongono innumerevoli figure, cornici, nicchie, ritratti, effetti. Se alziamo lo sguardo
e osserviamo allinterno dellarco troviamo una sequenza di quadretti in ognuno
dei quali è racchiuso un volto, o per meglio dire, usando un gergo televisivo, un
mezzobusto. Fortunatamente per noi, grazie alla cura del particolare che
sicuramente il committente ha voluto dare nel complesso del messaggio storico, ognuno di
quei visi ha un nome, ben descritto in uno svolazzante festone. Nel semiarco di sinistra,
dal basso verso lalto, troviamo Eliseo, Abram, Balam, Iona e Davit; il semiarco di destra
inizia invece con limmagine di un vescovo per proseguire verso
lalto con Ezechiel, Daniel, Ierimia e Isaia. Purtroppo, come i lettori
avranno già facilmente constatato, i ritratti di Abram e di Ezechiel sono disturbati da
un malaccorto posizionamento di alcune lampade di illuminazione; un vero peccato. È
palese che non ci troviamo di fronte ad alcun problema di identificazione: si tratta di
profeti (anche questo è scritto). Diversa invece si presenta la questione se cerchiamo di
comprendere quali siano le logiche che hanno condotto a questa proposta di raggruppamento.
Proviamo allora a considerare separatamente i due semiarchi. Il gruppo composto da
Ezechiele, Daniele, Geremia e Isaia ha una valenza omogenea nel fatto che si tratta di
quelli che sono chiamati profeti maggiori; e ci sono tutti seppure non nella
sequenza canonica, che li vorrebbe in ordine di rappresentazione delle età
delluomo: Daniele adolescente, Isaia nel fiore degli anni, Ezechiele maturo e
Geremia vecchio cadente. Dalla parte opposta, invece, la situazione è di gran lunga più
complicata. Iniziamo col dire che gli altri cinque personaggi, pur essendo profeti, non
fanno parte di alcun particolare raggruppamento, ad eccezione di Giona che viene
classicamente inserito tra i dodici profeti minori. Inoltre è da dire che
Balaam è un personaggio molto discusso, talvolta denominato come profeta pagano, talaltra
come mago ed indovino, comunque rarissimo da trovare nella raffigurazione in teoria con
gli altri profeti. Personalmente non sono riuscito a scoprire un nesso qualsiasi da
applicare al raggruppamento di questo settore, se non un piccolissimo barlume didea,
ma tanto vago da essere sostanzialmente insignificante; e però la completezza
dellinformazione esige che ne riporti quantomeno lessenza. Esiste un antico
manoscritto, redatto dai monaci ortodossi del Monte Athos nel XV secolo, che formalizza
sia le tecniche sia i contenuti per dipingere le sacre icone. In questo si legge come
illustrare le genealogia di Gesù attraverso la rappresentazione di un albero, denominato
per questo albero di Jesse; e qui compare Balaam. Ma eccone lestratto:
Ai lati, in mezzo ai rami, si trovano i profeti con le loro profezie; essi guardano
Cristo indicandolo. Sotto ai profeti ci sono i sapienti della Grecia e lindovino
Balaam.
E nella serie che stiamo osservando sopra Balam abbiamo al vertice Davit, il primo dei Re
dIsraele, linizio della stirpe da cui discese Gesù, secondo quanto racconta
levangelista Luca che ha tracciato la genealogia del Salvatore nelle prime righe del
suo sacro scritto. Forse ci troviamo di fronte ad una forma grezza o alternativa o
addirittura prototipale, e come tale ancor più interessante, di rappresentazione
dellalbero di Jesse, nella quale con i due semiarchi si converge verso la Divinità
che si trova al culmine, come poi vedremo essere in effetti. Mi rimane un ultimo appunto
tra quelli emersi nelle mie ricerche, cioè il fatto che comunque la presenza dei profeti
in schiera sullarco absidale sia una situazione piuttosto rara a trovarsi, e la cui
origine iconografica ha trovato nascita nella cattedrale di Salerno, edificio
dellanno Mille (relata refero). Collegamenti di tradizioni, storie,
leggende che inaspettatamente trovano ospitalità in una piccola chiesa racchiusa tra i
freddi monti del nord. Forse un messaggio costruito su quei valori di integrazione
culturale che furono creati dallimportanza rivestita da questa zona nei percorsi
commerciali medievali, soprattutto quelli che traevano origine nelle aree
dellortodossia bizantina.
Visto che abbiamo cercato di costruire una sorta di convergenza simile a
quella proposta dallalbero di Jesse, tanto vale se ne cerchi ora il completamento alzando lo sguardo al cielo. Ed
ecco che scopriamo come si proceda effettivamente verso la massima divinità. Dapprima il
Figlio che incorona la Madre, poi, sopra di loro, a concludere il percorso, il Padre.
Leffetto sembra proprio che sia voluto e particolare. La figura dellEterno è
posta sul soffitto dellaula, mentre quella del Salvatore con la Vergine è dipinta
sulla parte superiore dellarco rivolta allaula. Questa visione deve però
essere composta nel suo insieme e la si può valorizzare solamente se ci si pone nei
dintorni del centro delledificio. Ad onor del vero, anche soltanto un anno fa
(luglio 2007) tutto ciò non si sarebbe rivelato in questa completa e complessa
organizzazione di immagini, perché proprio questa parte degli affreschi era ancora
coperta da un più recente
agnus dei e da motivi floreali, assolutamente ininfluenti ai fini di una
corretta lettura del contesto iconografico, ed anzi la impedivano proprio. Talvolta, come
in questo caso, il ripristino di un piano daffresco originario non porta soltanto a
ritrovare un singolo ed isolato quadro depoca, ma bensì a rivelare un intero e ben
più complesso progetto informativo. Dallalbero di Jesse, alla stirpe di Davide, al
Salvatore. Ed ecco che il canone iconografico è veramente rispettato e completato,
proprio secondo quanto consigliato dai monaci ortodossi di Monte Athos nel manoscritto che
ho già citato e che qui mi piace riportare in quel significativo passaggio: Può
capitare che si debba decorare di pitture una chiesa la cui volta sia a tutto sesto. In
alto, in mezzo alla volta, fai il Pantocratore con un cerchio intorno. Verso oriente,
sempre alto nel tempio, fai la santa Vergine: verso occidente, fai il Precursore. Dalla
santa Vergine fino a Cristo, e dal Cristo fino al Precursore fai il cielo e, al suo
interno, una moltitudine di angeli. Ai lati del cielo, fai i profeti e i patriarchi, verso
nord e a mezzogiorno. Più di così non si potrebbe pretendere, qualcuno
cè, qualcuno manca, ringraziando San Gervasio e San Protasio che, tenendosi ai
lati, assistono alla scena; un tributo ai protettori di Bormio.
Eccoci finalmente allinterno dellabside. La parete di fondo,
sul retro dellaltare, è dipinta con un affresco trompe loeil
con tanto dombra proiettata da colonnine che non ci sono e che delineano una sorta
di nicchia che non cè, ma leffetto ricercato è pressoché perfetto. Qui
domina una raffigurazione ottocentesca di SantAntonio abate in completa forma (sotto
laspetto iconografico, sintende): il pelo canuto, impugna il bastone
dordinanza con la relativa campanella. Come nella miglior tradizione
tiene inoltre nella mano destra un libro; è un riferimento simbolico e leggendario in
relazione ad un episodio della sua vita quando, rispondendo ad alcuni che gli chiedevano
come potesse vivere in solitudine senza libri da leggere, lui rispose che il suo libro lo
aveva davanti a sé ed era quello della natura, preziosamente illustrato con tutti i
colori delle cose create da Dio.
Se proseguiamo portando lo sguardo verso lalto
incontriamo un occhio rotondo, ricavato nella parete con lintento primario di dar
luce alla zona, ma tanto ben integrato per posizione da assumere un particolare valore
simbolico. Nellaffresco, che rappresenta il momento dellAnnunciazione, sulla
sinistra è lArcangelo Gabriele con il giglio simbolo di purezza, e sulla destra è
la Vergine intenta alla preghiera; su di lei vola la colomba dello Spirito Santo che
sembra uscire proprio da quel faro luminoso che in questo contesto assume quindi il valore
rappresentativo della massima Divinità. Nulla di più classico, ma con questa scelta
posizionale che la rende unopera se non unica quantomeno di rara efficacia
illustrativa, e qui proposta in modo tale da destare emozioni difficili da suscitare
altrimenti.
Ancora più in alto, allo zenit, sulle volte dellabside, un cielo
stellato nel quale alcune nuvole
sostengono gli Evangelisti. Non ci fossero stati, sarebbe stato indispensabile pensare
di scrostare qualche recente copertura per trovarli; impossibile che il progetto
iconografico non li avesse inseriti, tanto classica è la loro collocazione nel legame con
gli altri componenti del sacro collegio. Li possiamo riconoscere
dallattributo che la tradizione assegna ad ognuno di loro, seguendo una simbologia
che eleva ad un particolare valore le prime frasi dei loro sacri testi. Per Matteo un uomo, qui nella
versione alata dellangelo, perché il suo Vangelo si apre con la presentazione della
genealogia delluomo Gesù; per
Marco un leone, perché è Giovanni Battista, il Leone del deserto, che è interprete
dei primi passi del suo Vangelo; per
Giovanni unaquila, a significare la sua acuta e profonda capacità di
osservazione per le cose divine; per
Luca un bue, perché il suo testo inizia raccontando di un sacrificio.
E SantAntonio? In fin dei conti la chiesa è a lui dedicata.
Allora è giunto il momento di guardarci attorno. Quale migliore collocazione se non le
pareti dellabside per illustrare la vita del santo. Ci troviamo con scene che
suscitano decisamente un sentimento di profonda simpatia per il poveruomo. Da una
parte lo vediamo preda della
disperazione mentre viene bastonato da una schiera di immondi e mostruosi diavolacci;
ma lEterno lo assiste e lo sostiene nella sua battaglia di fede per la
sopravvivenza. Dallaltra una
leziosa fanciulla lo tenta ai piaceri della carne, ma la preghiera consente al santo
di riconoscere il demonio della fornicazione in quelle vesti, o per meglio dire in quegli
artigli che spuntano al posto dei piedini leggiadri che ci si aspetterebbe di vedere. È
da dire che quello delle tentazioni di SantAntonio è un tema largamente trattato da
pittori di tutte le epoche; nei miei ricordi in particolare vi è il quadro di un artista
del 400 che sin da quando ero fanciullo mi impressionava con quelle sue scene che
trovavo sulle enciclopedie: Hieronymus Bosch. Tremende le sue realistiche visioni di corpi
ignudi crudelmente torturati dai diavoli.
Ma di gran lunga più interessante è il terzo ed ultimo riquadro. Il
protagonista della storia sembrerebbe essere SantAntonio, come abbiamo avuto modo di
constatare negli altri due. In realtà si tratta della completa e fedele illustrazione di
tutto quanto riportato nel capitolo XV dellopera duecentesca di Jacopo da Varagine,
la ben nota Legenda Aurea, punto di riferimento assoluto per ogni artista del sacro dal
Medioevo in poi; il caso vuole però che il capitolo sia interamente e specificatamente
dedicato alla vita di San Paolo eremita. Per descrivere il percorso di lettura
dellaffresco che stiamo osservando userò quindi lo scritto di Jacopo (nella
traduzione di Lucetta Vitale Brovarone edita da Einaudi nel 1995), adeguatamente sfoltito
e ridotto laddove ho posto i puntini.
XV - SAN PAOLO EREMITA
Paolo fu il primo eremita, come dice Gerolamo che ne scrisse la vita.
Nel tempo in cui infuriava la persecuzione sotto Decio imperatore, Paolo si ritirò in un
eremo in pieno deserto, e vi trascorse sessant'anni in una grotta, senza che nessuno
avesse notizia di lui
Antonio credeva in quel tempo di essere il primo fra i monaci ad avere scelto la vita
eremitica, quando gli fu rivelato in sogno che la qualità della vita eremitica di un
altro era superiore alla sua. Lo cercò nella boscaglia: là incontrò un ippocentauro, mezzo uomo e mezzo
cavallo, che gli indicò di seguire la via verso destra. Gli venne poi incontro un
altro animale che portava dei frutti di palma; davanti aveva forma d'uomo e dietro di capra.
Antonio lo pregò in nome di Dio di dirgli chi fosse, e quella creatura rispose che era un
satiro, un dio delle selve, secondo le false credenze dei pagani.
(Paolo) aveva sbarrato la porta. Antonio lo pregò di aprire, dicendogli che non se ne
sarebbe mai andato, e che piuttosto sarebbe morto li. Vinto dalle sue preghiere Paolo gli
aprì, e subito si abbracciarono. Avvicinandosi poi l'ora del pranzo, un corvo portò una doppia razione di
pane. Antonio rimase molto stupito, e Paolo gli spiegò che ogni giorno Dio gli faceva
avere in quel modo il suo pasto, e ora che c'era un ospite, aveva raddoppiato la porzione.
Nacque una santa lite su chi dei due fosse più degno di spezzare il pane: secondo Paolo
l'ospite, secondo Antonio il più vecchio. Infine entrambi allungarono la mano e tenendo
il pane lo divisero in due parti uguali.
Sulla via del ritorno, mentre Antonio già stava avvicinandosi al luogo dove abitava, vide
degli angeli che portavano via con sé l'anima di Paolo; allora ritornò velocemente sui
suoi passi e trovò il corpo di Paolo in ginocchio, in atteggiamento di preghiera, tanto
che sembrava ancora vivo. Ma resosi conto che era davvero morto, Antonio disse:
Anima santa, hai dimostrato con la tua morte quello che fu la tua vita!.
Ma Antonio non aveva nulla per scavare una fossa e seppellire Paolo; quand'ecco che
vennero due leoni che scavarono la
fossa e, dopo che fu sepolto, tornarono nella boscaglia. Antonio prese la tunica di
Paolo, che era tessuta di foglie di palma, e da quel momento la indossò nelle solennità.
Paolo mori verso il 287.
Non avessi avuto a disposizione il testo di Jacopo da Varagine, non
avrei potuto apprezzare appieno questo particolare percorso di lettura, che seguendo un
rigoroso movimento antiorario trasforma levolversi di un racconto testuale in una
sequenza di immagini, quasi ci si trovasse di fronte ad una sceneggiatura cinematografica,
un vero e proprio storyboard direbbero gli anglosassoni. Già, ma della vita di
San Paolo eremita e non di SantAntonio, come verrebbe da pensare di primo acchito.
E con questo lasciamo labside per avventurarci lungo la parete di destra
dellaula, dove si trovano le pitture più antiche tra quelle finora riportate alla
luce, cioè quelle emerse dopo labrasione dellintonaco durante
limportante restauro del 1872.
Allaltezza dellocchio attrae lattenzione un affresco dove la rozza
impostazione sia del disegno sia della scena può ben far propendere per una sua decisa
antichità. È raffigurato il luogo della crocifissione di Cristo. Don Tommaso Valenti,
nellimmediatezza dei lavori che lo hanno riportato alla luce, così lo descrive nel
suo Schizzi archeologici del Bormiese (Sondrio, 1881):
Quello che si trovò sufficientemente conservato, rappresenta la scena della
Crocifissione. Su di uno sfondo di oltremare, risulta un Crocifisso con piedi disgiunti,
(stile bizantino) ed Angeli scendenti dal Cielo con calici in mano che volano a
raccogliere il sangue della Redenzione che gli fluisce dal costato. Dallun lato
della Croce stanno le pie donne dolenti, lagrimose, e Maria in attitudine dimmenso
affanno. Dallaltro lato sonvi militi a cavallo, vessilliferi con rosse bandiere, e
turba di popolo confusa che assiste al ferale spettacolo.
Possiamo anche aggiungere qualche ulteriore elemento di lettura. Tra le pie donne è
riconoscibile la Madonna, che veste dazzurro e porpora e, allestrema sinistra
del gruppo con le braccia al cielo, Maria di Magdala, la Maddalena, con i biondi capelli
lunghi e riccioluti, simbolo di quella femminea bellezza che costituisce il suo
caratteristico elemento e che disegna limmagine della seduzione. Peraltro le figure
femminili non sono solamente presenti in questo gruppo, ma se ne trovano altre tre anche
nel gruppo di destra, dove costoro però non osservano la scena, ma sono invece intente a
commentare tra di loro, verrebbe da dire che si tratti di un chiacchiericcio da comari,
evidentemente per nulla coinvolte da vincoli di amicizia o parentela con il Salvatore
morente. E non sembrano nemmeno tanto confuse, come vorrebbe il Valenti. Lascio agli
storici locali stabilire chi sia la figura, vescovo e santo, benedicente, che si trova un
poco discosta dagli altri sullestrema sinistra del riquadro; forse il committente,
chissà. Peccato che non pochi danni siano stati inferti allaffresco da coloro che,
con lo scopo di consentire di far presa allintonaco che lavrebbe coperto, ne
hanno martellato lintera superficie. Io mi sarei sentito in atto di sacrilegio.
È sufficiente alzare un poco lo sguardo per osservare un riquadro di altrettanto interesse,
seppur per motivi completamente diversi. Evidentemente di più recente fattura rispetto al
precedente, incorniciato da elementi di architettura trompe loeil come
abbiamo visto in altri casi, mostra una figura vescovile seduta di fronte ad un bambino
che regge nella mano un cucchiaio; sotto di questo una buca nel terreno e sullo sfondo un
corso dacqua. Siamo nei dintorni dellanno 400 e ad Ippona diventa vescovo
SantAgostino, discepolo di SantAmbrogio e uno tra i più fecondi Dottori della
Chiesa, ai cui testi e pensieri tuttora si fa riferimento. La raffigurazione che qui
troviamo illustra un episodio della sua vita tratto da un testo medievale ed è una rara
immagine nella pur molteplice casistica iconografica; Agostino cerca di far capire al
bambino linutilità di provare a svuotare il mare con un cucchiaio, ma costui, che
si rivela essere un inviato del Signore, gli contrappone la stessa inutilità nel cercare
di spiegare la Santissima Trinità, appunto uno tra i temi che diedero maggior tormento ad
Agostino tra quelli da lui trattati. Ma osserviamo attentamente cosa emerge davanti al
volto del Santo; quasi invisibile tra il degrado generale della pittura, da un livello
inferiore a quello del riquadro, in quella zona adeguatamente rimosso, compare a metà un volto coronato; è probabile
che questo affresco sia applicato sullo stesso strato di quello della crocifissione, che
si trova appena più in basso, e forse ne è pure coevo. Oltretutto è da dire che in uno
scritto di uno tra i più importanti storici locali, Ignazio Bardea vissuto nel 700,
si trova segnalato che già nel 1395 nella chiesa era posizionato un altare dedicato a
SantAgostino. Forse era posto proprio in questa posizione e sia lo strato visibile
sia quello nascosto si riferiscono allo stesso santo per questo motivo.
Anche laltra
parete che costituisce langolo, sulla destra, presenta affreschi di diversa
vetustà, luno a ricoprire laltro.
Che il più antico sia quello posto in posizione inferiore lo dimostra
addirittura il fatto che vi compare una
data dipinta dove, pur nelle abbreviazioni tipiche di questa tipologia di scrittura,
si legge ANNO DOMINI MCCCLXXVI, cioè il 1376. Il dipinto illustra un momento della passione di Cristo.
Ecco cosa raccontano in merito i Vangeli.
Pilato, volendo soddisfare la moltitudine, liberò loro Barabba, e consegnò Gesù,
dopo averlo fatto flagellare, per essere crocifisso. (Marco 15,15)
Allora Pilato prese Gesù e lo flagellò. (Giovanni 19,1)
Questo avvenimento è conosciuto come "la flagellazione di Cristo alla colonna"
ed è un tema ricorrente in importanti espressioni artistiche in forma sia di affresco (un
esempio tra molti è nella chiesa di San Pietro in Montorio a Roma ad opera di Fra'
Sebastiano del Piombo) sia di dipinto (dal Caravaggio a Piero della Francesca).
Nell'affresco si vede chiaramente il torturatore, a sinistra, che impugna il flagello,
cioè quella specie di frusta usata dai romani per infliggere dolore ai condannati a
morte; veniva chiamato flagrum e sulle corde erano disposti e bloccati piccoli
pezzi d'osso scheggiato, così da aumentare l'efficacia del supplizio. Probabilmente tale
attrezzo era impugnato anche dal personaggio di destra, ma non lo si può vedere perché
laffresco, successivamente posto a copertura, qui non è stato asportato. Mi hanno
incuriosito, in particolare, i copricapo di questi due personaggi, che mi ricordano
nellinsieme dellabbigliamento le immagini e statue che si trovano nella vicina
Svizzera, in special modo le moltissime di Ulrich Zwingli; vissuto a cavallo tra il
400 ed il 500 e feroce critico della Chiesa tradizionalista, tanto da portare
per sua mano alla riforma del cattolicesimo elvetico. Ma, a ben osservare, il cappello del
personaggio di destra è però più simile a quello usato da ministri del culto, da
ecclesiastici; che sia un protestante, in tutti sensi? Forse che lartista abbia
voluto rappresentare simbolicamente il popolo svizzero, assieme laici e clero, come
sacrileghi e violentatori del Signore? Dando credito alla data che abbiamo rilevato, siamo
ancora in un periodo dove linflusso svizzero, pur essendo possibile per la ridotta
vicinanza geografica, tuttavia non ancora si dovrebbe essere sviluppato sotto
laspetto politico; solamente un secolo più tardi inizieranno le invasioni ed i
saccheggi ad opera dei grigionesi. E quindi questo affresco ci porta un messaggio ancor
più misterioso di quelli iconografici che in questa chiesa abbiamo affrontato.
Parliamo ora dellopera
che è stata posta successivamente a copertura, la cui ampia rimanenza è visibile
nella parte più alta di questa parete. E verosimile pensare che sia coeva a quella
che raffigura San Agostino, dallaltro lato dellangolo; ad essa infatti si
congiunge con i motivi decorativi che ne formano la cornice. Quale sia levento
scenico qui rappresentato viene svelato da una scritta che appare sulla cornice bassa dove
in parte si intuisce ed in parte si
legge: BALDASAR AVRVM. Questa è la parte finale di una scritta frequentemente
utilizzata come didascalia per lillustrazione della visita dei Magi al Bambino,
dando conto del contenuto dei loro doni: Jasper fert myrrham, thus Melchior,
Balthazar aurum. Gaspare porta la mirra, Melchiorre lincenso, Baldassarre
loro. Anche se, ad onor del vero, nellunico Vangelo che riporta levento,
quello di Matteo (2,11) nulla è detto né suoi loro nomi né sul loro numero. A questo
punto è doveroso ricordare come i Magi costituiscano a Bormio un elemento di particolare
tradizione; infatti poco prima della notte dEpifania, se passeggiando si incontra un
amico allora lo si saluta lanciando quanto più tempestivamente possibile al suo cospetto
la parola gabinàt, e chi per primo è colpito dal saluto deve pagar pegno
immediatamente con un piccolo dono. Con molta probabilità la parola è derivata dalla
lingua tedesca dove gabe significa dono e nacht notte, e quindi ecco spiegata la
tradizione che assegna il tempo alla notte dei doni dei Magi. Devo confessare che talvolta
ho vinto il duello celandomi nelle vesti dello sprovveduto forestiero (survegnì,
come meglio mi classificano i bormini) cogliendo linterlocutore in modo affatto
inatteso; ma adesso ormai mi conoscono tutti, qui nella Magnifica Terra, e non incanto
più nessuno, anzi. Ritornando alla scena dipinta, è evidente che si tratta di un momento
di felicità generale, nella quale perciò stona particolarmente il viso truce del
personaggio che si trova nellangolo in alto a destra, col turbante in capo; mi
piacerebbe definirlo il feroce Saladino. E su questa via della celia è ancor
più curioso Giuseppe, che alle spalle della Madonna, sulla soglia di casa, sembra che
tenga nelle mani un moderno microfono, per condurre a dovere la cerimonia arringando la
moltitudine di coloro che vi assistono. Mi venga concesso questo breve momento di diritto
al gioco, dopo tanta serietà alla quale ritorno prontamente.
Da qui in avanti, lungo la parete rimangono solamente brani sparsi e pressoché illeggibili;
giusto il volto di Cristo può essere identificabile, a motivo del fatto che è contornato
dallaureola cruciforme, e forse un angelo, per via delle ali. Nulla più di questo.
Siamo al termine del nostro percorso, che concludiamo laddove la parete
di destra si estende allesterno del perimetro dellaula con un ambiente molto particolare, di
stile ancor più tardo rispetto a quelli sinora incontrati; siamo nel Barocco
settecentesco: preziosismi, stucchi, torsioni, magnificenza, luce e colore, oro e
pastello. Una sorta di perla nella valva dellostrica, un elemento tanto estraneo
quanto prezioso, e tuttavia completamente inserito. Ci troviamo di fronte alla cappella
del Santo Crocifisso, il vero luogo di devozione per la chiesa. Quanto sia importante
nello sviluppo del culto locale lo si intuisce dalla quantità di cuori dargento, i
classici ex-voto, che si trovano affissi alle pareti; un ringraziamento dai fedeli che
hanno ricevuto una grazia da quel Cristo in croce che splende nella nicchia sopra
laltare. La scena proposta,
quasi un diorama, è classica, e quindi puntiamo lattenzione sul vero protagonista
di questo luogo sacro: il Crocifisso. Si ritiene che la scultura sia di fattura
quattrocentesca; scolpito nel legno, da sempre è oggetto di venerazione, ma soprattutto
gli si chiedeva aiuto quando gli eventi, naturali e non, ponevano a repentaglio la
sopravvivenza stessa del borgo. In quelle occasioni si organizzava una processione che
eseguiva il trasporto del santo simulacro sino allinterno della
Parrocchiale, dove rimaneva esposto per tre giorni allonore dei fedeli.
Lultima cerimonia è stata effettuata in occasione del Giubileo dellanno 2000
(N.d.A: questo scritto è del 2008).
In questa cappella, leffetto di illuminazione è così
sapientemente concentrato da attirare completamente lattenzione sul Cristo, ma anche
le pareti laterali custodiscono opere darte il cui soggetto completa larco
temporale nellimmediatezza dellevento della crocifissione. Si tratta di due
dipinti su tela. In uno è rappresentato il momento della deposizione del Cristo morto;
unaccurata visione prospettica della scena è quasi unestensione visuale della
più famosa opera del Mantegna e ci illustra chi si trovasse attorno al corpo; alla
sinistra la Madonna, con il manto blu di classica tradizione, volge lo sguardo altrove
preda dello struggente dolore; alla destra una figura femminile, probabilmente Maria di
Magdala, si appresta a spargere il Corpo con unguenti e balsami. Dalla parte opposta, con
colori più foschi, la scena della caduta
di Gesù mentre ascende al Calvario; un soldato lo sprona con la frusta, mentre la
Madonna, che vuol prestare soccorso al figlio, viene tenuta lontana da un personaggio che
stringe in mano un martello e che veste, curiosamente, delle brache a bermuda.
È difficile allontanarsi da quanto abbiamo visto, ma fortuna vuole che
questa chiesa sia ancora un luogo vivo, frequentato dai fedeli in ogni ora del giorno, e
come tale sempre disposto ad accogliere il visitatore. Ci si può andare e ritornare.
Forse per scoprire assieme altri percorsi di lettura.
