ENRICO RITORNA MA ARDUINO NON S’ARRENDE E RITROVA CONSENSI

 

Nel dicembre del 1013 Enrico II scese a Roma dove lo aspettava il nuovo Pontefice Benedetto VIII per mettergli sul capo, il 14 febbraio 1014 la corona imperiale.

 


Targa commemorativa posta sui ruderi della Rocca di Sparone

 

Durante il viaggio di andata, si fermò, come d’uso, a Pavia da dove riconfermò le esenzioni e i privilegi ai Vescovi di Novara, Vercelli, Brescia e Como.

Arduino dovette ingoiare il rospo.

Giunse ad offrire ad Enrico accordi di pace che furono respinti dai consiglieri imperiali.

Ne nacquero sdegni ed ire tra i fautori di parte arduinica.

Già a Roma, otto giorni dopo l’incoronazione ch’era avvenuta senza apparenti ostilità, erano scoppiati grossi tumulti sostenuti, pare, dai fedeli alla memoria di Crescenzio, alla cui famiglia apparteneva lo stesso Papa. A questi sostenitori s’erano uniti i seguaci di Oberto II, parente di Arduino.

La lotta fu aspra. Alla fine prevalsero gli Enriciani che punirono ferocemente i capi degli Arduinici.

La sommossa rese edotto Enrico, il quale era comunque sinceramente pio e tale restò nonostante tutto, di quanto gli animi fossero divisi.

Egli decise di tornare in Germania con un viaggio che si proponeva rapido, ma che fu rallentato e contrastato da molte difficoltà di varia natura, tra le quali prevalsero le sortite d’intralcio messe in atto dall’indomito Arduino.

 


Soffitto con presunto ritratto di Arduino
(Castello di Strambino)

 

Il 25 aprile Enrico era a Pavia; nella metà di maggio a Verona. La via verso la sua terra gli venne resa sempre più difficile dalle milizie, dei “secondi militi”, dei Signori di Oberto e di altri Marchesi e Conti ai quali s’aggiunse, addirittura, il Vescovo di Vicenza, Geronimo, che fino a quel momento aveva aderito alla fazione imperiale.

 

Il piccolo ceto medio delle città e tutto il popolo della campagna era ancora per Arduino!

La fortuna del Marchese d’Ivrea sembrò risorta.

Egli ristabilì rapidamente il suo potere in tutta l’Italia del nord, impadronendosi anche delle località che gli erano state nemiche.

Pareva che il Regno stesse per tornare completamente sotto la sua mano.

Vercelli venne devastata e il Vescovo Leone si salvò fuggendo Così fu a Novara, Como, Brescia.

Dice Cesare Balbo: “… nel 1014, risalito in forza nei suoi comitati soliti … Arduino si allea con Oberto II d’Este e pone un suo parente a Vescovo d’Asti”.

Questi atti d’autorietà esasperata e i severi castighi ai traditori ci fanno pensare a un Re cupo e furente come non era stato mai.

D’altra parte, Arduino sembrò in questo periodo contento del “suo” popolo che gli era fedele e lo considerava protettore ed amico.

 


Frontespizio di capitolo dell’opera del Tesauro, (Torino, 1664),
con il motto arduinico “Sans despartir” e le cinque picche dello stemma.

 

Fu gloria effimera.

Gli Enriciani, fino a questo momento dispersi e sconcertati dall’imprevisto revival degli Arduinici, ripresero forza ricongiungendosi attorno a Bonifacio Marchese di Toscana ed all’Arcivescovo Arnolfo di Milano.

Le rivolte che erano riprese contro Vescovo ed Imperatore furono duramente sedate, e i ribelli ricondotti di forza all’obbedienza alla duplice ed antica autorità.

Arduino si sentì del tutto impotente.

Aveva quasi sessant’anni, era malato; non aveva più il vigore e l’entusiasmo per reagire, la qual cosa sarebbe comunque stata follìa.

 


Presunto ritratto di Arduino: particolare di affresco, nel Santuario di Belmonte.

 

La sua coscienza di cristiano era dilaniata: aveva, sì, concesso privilegi alla Chiesa e non mai smesso di professare la sua religiosità, ma si sentiva certamente pesare nella loro terribilità le maledizioni di Varmondo. Il suo atteggiamento politico s’era sempre e comunque ispirato a motivi temporali, mai religiosi.

Lo tormentava anche la consapevolezza di non aver avuto a suo supporto i rituali tanto suggestivi di un credito consacrato, giacché rapide e contrastate erano state le incoronazioni sia a Lodi che a Pavia.

Non era tuttavia sconfitto, e men che meno politicamente.

Era affranto per la stanchezza delle lotte nelle quali s’era gettato senza tregua e per una misteriosa malattia che lo struggeva.

Si rendeva conto di aver amato il sogno più della realtà e d’essersi abbandonato al sogno senza freni né ritegni, alla collera e alla vendetta.

 

Dopo dodici anni di regno gli caddero dunque le forze fisiche e la salute gli mancò.

Osserva ancora Giacosa che, altrimenti “l’unità d’Italia avrebbe avuto ben più solide fondamenta se non addirittura la sua origine legale ed ereditaria”.

Se qualcuno lo definì impropriamente “primo Re d’Italia italiano”, egli fu certamente l’ultimo Re feudale.

 

Si disse anche di apparizioni nelle quali la Madonna gli prometteva misericordia e pace.

 


APPARIZIONE DELLA MADONNA AD ARDUINO

 

La precedente raffigurazione della Madonna ad Arduino è antichissima e si trova nella Cappella di Sant’Anna a Canischio.

 

La sottostante è un affresco dello Stornone nella Chiesa di San Maurizio ad Ivrea.