Da “SAPERE” – Ulrico Hoepli Editore
Anno XIII – Volume XXVI – n. 303/304
31 agosto 1947

 

5000 ANNI ORSONO SULLE RIVE DELL’EUFRATE:
GLI SCAVI DI MARI
(di Ernesto Bertarelli)

 

La guerra non ha soltanto soffocato grande parte delle iniziative culturali le quali davano gioia al nostro spirito, ma ha ferito a morte l'interesse delle moltitudini per tutto ciò che esula dalla vita materiale e dall'esistenza utilitaria.

L'archeologia è stata una delle innumeri vittime del conflitto mondiale. Nell'ultimo ventennio l'interesse per le ricerche archeologiche si era diffuso nel mondo. Mezzo secolo or è Enrico Tovez tracciando l'elogio di Angelo Mosso e della sua opera di volgarizzatore dilettante di archeologia aveva giustamente osservato che l'archeologia per prosperare necessita come la musica non solo degli studiosi che penetrano il significato arcano della scienza ma anche dei gruppi folti di orecchianti che prendono amore a ciò che gli studiosi vanno rivelando. E' questo coro di orecchianti che darà i mecenati i quali sopportano almeno in parte il peso grave degli scavi e da essi deriva la forza che spinge alla ricerca.

Il pubblico degli orecchianti non sempre valuta la importanza di un definito gruppo di ricerche: ma è esso che incita al lavoro e che diventa la ragione di una moda.

L'archeologia (arte e scienza) aveva assunto dopo il 1900 un interesse e una estensione impensata. Le scoperte negli ipogei egiziani (culminanti nella messa in luce del tesoro di Tutankamon), gli scavi in Mesopotamia, in Siria, in Libia ed in Cirenaica, la messa in luce di una arte pellirossa nei pueblos degli stati di origine spagnola della Confederazione; i trovamenti dello Yucatan e del Messico, la scoperta di centri ignorati in Argentina, avevano fatto sì che mecenati di ogni paese si dessero attorno per promuovere ricerche e scavi i cui frutti apparivano ingenti.

E' possibile che elementi estranei alla conoscenza entrassero in questa moda. L'uomo è amante del mistero e del miracolo anche se non ne penetra il significato: e la ricerca archeologica ha sempre un profumo di mistero. La curiosità semiconscia, il desiderio del tesoro posto in luce avevano la loro parte nella moda: ma il fatto concreto restava uno solo: l'estendersi delle nostre conoscenze e la messa in luce di civiltà quasi ignorate o appena sospettate.

Gli americani (ultimi giunti nella competizione internazionale delle ricerche archeologiche) avevano dato un contributo potente agli scavi: non soltanto si erano accollate tutte le ricerche precolombiane ma comparivano ormai in tutti i paesi nei quali si sondava il passato, dall'Egitto alla Siria alla Mesopotamia.

In realtà era una gara nobilissima diretta a fornire mezzi ed eccitamenti perché la luce sul passato fosse fatta.

A suo tempo (Vedi N. 225-228 pagina 133 e seg.) Sapere ha dato notizia degli scavi di Ur che hanno permesso di rivelare una civiltà più antica della egiziana le cui manifestazioni dovevano apparire magnifiche: e i reperti di Ur alla vigilia della guerra avevano esercitato una azione di sprone per tutti i sondaggi per tutti i lavori archeologici.

La guerra col suo turbine ha ucciso tutto ciò. I cantieri degli scavi sono stati disertati; i lavori della pace sono morti, e le curiosità intelligenti sono state soffocate.

Col 1946 assistiamo ad una ripresa di attività archeologica.

Troppo umano è questo desiderio di conoscere il passato perché le tristezze del presente possano soffocare ed uccidere la sete degli studiosi e degli innamorati del sapere e del bello.

A poco a poco le commissioni di studio si riformano e si ricostituiscono, i cantieri si riaprono e la vita riprende tutto il suo ritmo.

Presso Ur le ricerche si sono di bel nuovo iniziate e in questi mesi si riprendono gli scavi di Mari, mentre più intense si fanno le ricerche nel continente americano.

E' quindi opportuno conoscere alcuni di questi centri nei quali quasi per dimenticare le tristezze del presente l'uomo civile rintraccia i dolori e le miserie del passato.

Sapere si sofferma oggi sugli scavi di un centro siriano che merita di entrare nel repertorio degli uomini che desiderano conoscere la storia delle prime civiltà umane: Mari.

 


Il palazzo di Mari e i resti della città posti in luce dagli scavi.

 

Questo nome « Mari » figurava già in documenti antichissimi che possono datarsi verso il 3000 a. C. In diverse tavolette cuneiformi di provenienza diversa si trovava ricordata la città di Mari e qualche re di Mari... Non era facile stabilire né verosimili cronologie sulla città e sui suoi re e tanto meno era facile anche in linea approssimativa definire la situazione della città sumeriana.

Inoltre per lunghi periodi di tempo il nome di Mari scompariva da tutti i documenti che gli assirologi ponevano in luce. Tutto quindi si riduceva ad una vaga nozione di una città (Mari) formante un piccolo regno in una zona mal definita della Siria o della Mesopotamia la quale città ed il quale regno avevano avuto parte nelle lotte che in questo primitivo centro umano (Siria e Mesopotamia) si erano svolte.

Non si dimentichi che le conoscenze acquisite in mezzo secolo sulla civiltà sumeriana e ittita dicono chiaramente che in tutta la vasta regione (oltre mille Km di asse massimo) che dal Mediterraneo scende al Golfo Persico erano esistiti regni piccoli e grandi con centri di diverso valore, con oscillazioni cronologiche di importanza e di fortuna: e Mari doveva essere uno di questi centri. Si sapeva con nettezza che dovevano essere esistiti dei re di Mari i quali avevano avuto rapporto con Babilonia e di alcuni re si conosceva in modo mal definito il nome.

Verso il 1925 si era anche fatto qualche tentativo per giungere ad una definizione del luogo ove doveva sorgere la città: ma i frutti dei primi tentativi erano così incerti e nebulosi che nessun scavo sistematico si era iniziato. Nell'agosto del '33 una scoperta accidentale fatta da un ufficiale francese in Siria presso il villaggio di Aboul-Kemal spinse a ricerche sistematiche, il cui carico fu assunto dal Louvre che affidava ad una Commissione archeologica formata da Parrot da Blanquis e da François l'incarico di fare la luce sul mistero di quella che poteva essere la sede di Mari.

Aboul-Kemal si trova sulla destra dell’Eufrate poco lontano dai confini dell'Iraq in un tratto affidato al mandato francese della Siria.

Il piccolo villaggio dista 450 Km da Aleppo, 270 da Palmira e oltre 600 dal Mediterraneo.

Il paese non offre risorsa alcuna: gli arabi che lo abitano sono facili alle razzie e ai disordini e l'esplorazione archeologica del paese (sebbene fonte di sicuri guadagni per i nativi) non è priva di pericoli grossi. Recenti rivolte alcune imboscate e qualche massacro di non lontana data dicono chiaramente che non si può contare su una troppo amichevole collaborazione dei nativi.

La commissione iniziava i suoi lavori nel '33 e li continuava sino all'inizio della guerra.

Parrot ne ha dato resoconti vari, e notizie accompagnate da documenti fotografici sono apparse sulle grandi riviste e negli archivi specie per opera di Parrot. Due dei tre membri della commissione archeologica morivano del resto nel 1936 a Beyrouth (Blanquis e François).

Le ricerche si iniziavano nella località nella quale era stata rinvenuta una statua così come si è detto, e cioè a 12 Km da Aboul Kemal e cioè Teli Hariri. Quivi esisteva una specie di vasto monticolo che già ai primi saggi dimostrava la presenza di cotti di vario genere.

Gli scavi furono condotti con ogni rigore tecnico cominciando col tracciare una trincea e procedendo con ordine e con prudenza. Bisognava allontanare i detriti degli scavi per evitare gli inconvenienti già riscontrati in altri lavori archeologici nella bassa Mesopotamia ove era avvenuto che i detriti di scavo erano stati versati proprio sopra un monumento religioso nascosto nel suolo.

Pochi vagoncini e una linea di mezzo chilometro resero possibile lo sgombero di tutto il materiale di scavo.

Bisognava approfondirsi notevolmente poiché i resti fittili si riscontravano anche oltre i dieci metri di profondità.

Ben presto apparvero alcune statuette e delle piccole tavole con caratteri cuneiformi che dicevano chiaramente come si fosse caduti su terreno molto ricco di residui. In realtà si era caduti proprio sopra il nucleo della città di Mari! Ad un tratto una statua assai curiosa per l'abbigliamento (purtroppo guasta nei tratti del volto) diede la chiave del mistero. La statua recava in caratteri cuneiformi il nome di Lamgi Mari re di Mari. E poco dopo una seconda statua rivelava l'intendente Ebih-II che doveva essere qualche cosa come un ministro del re.

 


Il re Lamgi Mari.

 


L’intendente Ebih II.

 

Dal 34 al 37 gli scavi continuarono estendendosi a tutta la zona circostante ponendo in luce una quantità di oggetti di tavolette (oltre 12 000) nonché i muri di templi e di palazzi. Non mancavano le tombe che però dovevano essere state violate da tempo remoto poiché la suppellettile preziosa in metallo faceva quasi interamente difetto. Senza dubbio alcuno i predoni arabi avevano trovato il modo di penetrare in alcuni tratti ed avevano rubato tutti i materiali preziosi caduti nelle mani.

 


Statuette trovate a Mari.

 

A poco a poco tutto il mistero di Mari si rivelava. Non fu neppure difficile stabilire alcune date.

La primitiva città doveva risalire al 3000 a. C. I segni delle vicende secolari del piccolo regno, i nomi dei re, le costruzioni regali e religiose venivano a poco a poco alla luce.

Un grande tempio (il tempio della dea Ishtar) era posto in luce: ad ogni colpo di piccone uscivano dalla terra gli ex voto (in cotto in gesso in alabastro) che i devoti portavano alla divinità nei pellegrinaggi rituali. Ad un certo momento ecco anche comparire la statua della dea ancora in ottime condizioni (essa si trova ora al museo di Aleppo).

Uno dei trovamenti più significativi fu quello della statua del principe Ishtupilum il cui volto rivela nettamente i caratteri sumeriani della persona. Non mancarono neppure i reperti di alcuni oggetti preziosi (collane monili) sfuggiti ai violatori delle tombe.

Gli scavi di Mari hanno rivelato oltre al tempio di Ishtar il palazzo reale di Mari che è certo tra le maggiori costruzioni di questo periodo arcaico. Si tratta di un grande edificio con più di cento ambienti, con bagni in pietra, con sale che verosimilmente dovevano essere scuole o qualche cosa di analogo, con dispense per le più svariate derrate alimentari. In questo edificio per un periodo di alcune migliaia di anni si è svolta la vita politica della città e del piccolo regno. Quivi erano sepolti i principi e nel palazzo potevano essere contenuti grossi gruppi umani.

I documenti rinvenuti (tavolette fittili) hanno permesso di tracciare una storia provvisoria di Mari.

Già nel 3000 a. C. il primo nucleo di Mari doveva esistere: e verso il 3000 era eretto il tempio di Ishtar in parte rifatto ed ampliato in periodi successivi. Verso il 27 a. C. la città deve aver sostenuto dure lotte contro i re di Agadè. Verso il 1950. a. C. si ha il periodo aureo della città e la costruzione del grande palazzo reale. Finalmente verso il 1900 Hammurabi re Babilonia conquista Mari, incendia il tempio ed il palazzo reale e inizia un periodo oscuro di profonda decadenza.

Oggi gli scavi si riprendono sovratutto verso le parti profonde appartenenti al periodo più arcaico.

Lo sguardo sintetico offre una pallida idea di ciò che gli scavi di Mari hanno rivelato: esso permette però di valutare l'interesse che questo lavoro ingente determina in quanti amano rintracciare il passato de l'umanità.

Noi ignoriamo di norma anche la geografia contemporanea della Siria dell'Iraq della Mesopotamia e Arabia. Turchia Iraq Mesopotamia Transgiordania Palestina si con fondono nel nostro pensiero e nella nostra conoscenza. Ma in questo vasto territori ove forse sono vissute le prime generazioni civili si è svolta una storia complessa che ricorda per alcuni tratti quella dei nostri comuni in un periodo molto più prossimo a noi. Quivi gli uomini hanno amato, sofferto, lottato per la conquista della vita e per l'estensione del potere: e non senza una profonda commozione noi ritorniamo col pensiero a questi gruppi umani immediatamente susseguenti al Diluvio.

Ninive Babilonia Ur Mari sono morte: ma il nostro amore per la conoscenza riporta alla luce le loro storie, le loro gesta e mostra a noi tutto il doloroso cammino percorso dalla civiltà umana.

Ovunque l'uomo ha segnato col suo furore distruttivo le sue tendenze alla ferocia, ovunque ha distrutto in pochi giorni le civiltà che si sono formate con fatica di secoli.

Deve essere proprio fatale che nessun insegnamento derivi dalla storia la quale sarebbe una ottima maestra se gli uomini non fossero pessimi allievi?